Sea Adventure associazione gommonautica sportiva dilettantistica
affiliata al C.S.I. (Centro Sportivo Italiano)

Raid "Ecoraid" '99

L'idea di questo Ecoraid "99 scaturisce dal nostro incontro con Vincenzo Graciotti, titolare della Sea Time di Numana (AN) e importatore dei gommoni Narwhal in Italia. Siamo alla ricerca di un battello in grado di "sopportare" il gigantesco Honda BF 130 e la visione del poderoso SP 670 esposto nello stand Narwhal ci appare subito come una delle migliori soluzioni possibili. Seguono un gran numero di telefonate ed un viaggio a Vigo (Spagna), sede operativa della Narwhal, dove ci rendiamo immediatamente conto sia delle enormi potenzialità del cantiere spagnolo, sia delle concrete possibilità di effettuare la partenza proprio dal bellissimo fiordo sulle cui rive sorge la città di Vigo. Il raid ha ormai trovato i suoi protagonisti principali e a noi non resta che assemblarli assieme. Proprio da quest'accoppiamento nascerà quella che sarà una delle novità di maggior rilievo tecnico proposte da questo raid, ovvero, l'utilizzazione di un bracket. L'elemento scatenante è l'errata indicazione presente sul vecchio depliant della Narwhal che indicava lo specchio di poppa dell'SP 670 adatto al montaggio di motori con gambo lungo; nella realtà lo specchio di questo gommone è alto 640 m/m. e non 520 quindi, abbisogna di un motore a gambo extra lungo. Visto che la Honda non ha più la disponibilità di un BF 130 con gambo extra lungo, ci mettiamo subito alla ricerca di una possibile soluzione del problema. Scartata a priori l'ipotesi di abbassare lo specchio dei 120 m/m. necessari, trova invece subito consensi l'idea di provare a montarlo tramite un bracket. Per ottenere qualche "dritta giusta" sulle reali possibilità d'installazione decidiamo di interpellare il titolare della Motonautica Vesuviana che sappiamo essere in possesso di una notevole esperienza in questo settore. Basta soltanto una telefonata e l'ing. Nappo, non solo ci ragguaglia sulle problematiche di installazione, ma ci procura addirittura un robustissimo bracket in acciaio inox. Non staremo a descrivervi tutte le incognite legate al rendimento di questa soluzione, diremo soltanto che nella prima ed unica prova avvenuta in quel di Arenzano (GE) l'abbinamento non ci ha fornito risultati confortanti a causa del motore troppo immerso in acqua. Minati dallo sconforto decidiamo di alzare il tutto di 60 m/m e, senza la possibilità di effettuare ulteriori prove in acqua (causa la sempre cronica mancanza di tempo) e fidando decisamente nell'aiuto celeste.

Venerdì 18/06: partiamo con furgone e carrello alla volta di Vigo. I 2.300 km che separano la nostra sede dalla città di Vigo comprendono l'attraversamento di quasi tutto il territorio spagnolo: dalle grandi metropoli, quali Barcellona e Madrid, alla scalata delle alture della bellissima Sierra de Guadarrama, il tutto in 26 ore di guida quasi ininterrotta.

1° tappa: finalmente, e non senza un po' di trepidazione, variamo il Narwhal, tirando un grosso sospiro di sollievo nel vedere che il piede del motore sembra essere posizionato alla giusta altezza. Tra festeggiamenti e saluti di rito passa tutta la mattinata e soltanto verso mezzogiorno riusciamo a mollare gli ormeggi per dare inizio a questo Ecoraid "99. Perché la dicitura Ecoraid? E' presto spiegato: quest'anno oltre alle consuete prove tecniche riguardanti gommone, motore ed accessori di bordo, verrà dato spazio ad una serie di test ecologici che avranno il compito di fornirci lo stato di "salute" delle acque. Per tutta la durata del raid verranno eseguiti prelievi giornalieri di campioni delle acque che saranno poi analizzati ed elaborati presso un istituto specializzato e forniti, a richiesta, ad Enti ed Associazioni ambientaliste. Chiusa la parentesi ecologica possiamo tornare a quella puramente tecnica, dicendo che il gommone si comporta decisamente meglio di quanto non ci aspettassimo dopo la deludente prova iniziale; il merito di tutto questo è da imputare anche allo spostamento nella zona prodiera di uno dei due serbatoi fissi da 70 litri. Non facciamo a tempo ad uscire dal lungo fiordo che immette nell'oceano che accusiamo la prima avaria, con il motore che inizia a perdere colpi sino ad arrestarsi completamente. Stacchiamo il tubo del carburante che collega il serbatoio di prua al motore e vediamo che il filtro è tutto intasato; una rapida pulizia e tutto torna alla normalità. Non possiamo sapere se la causa è dovuta al rifornimento appena fatto in porto o se il problema era già nostro, visto che una parte del carburante di quel serbatoio era stata imbarcata in Italia. Questa problematica si è poi trascinata per tutto il viaggio e ci ha costretto ad una serie infinita di pulizie e cambio di filtri, ogni qualvolta si rendeva necessario l'utilizzo di quel serbatoio. Riprendiamo la navigazione con un'onda di poppa di un paio di metri che il gommone dimostra di digerire molto bene consentendoci un'andatura sui 3500 giri, equivalenti a 17/18 nodi; va bene così, visto che non sarebbe comunque possibile tirare di più in quanto il motore è alle sue primissime ore di rodaggio. Facciamo una breve sosta tecnica a Viana do Castelo per ripristinare il livello del carburante e per conoscere con esattezza il consumo del motore; abbiamo percorso circa 45 miglia in poco più di due ore e mezza, con un consumo totale di 43 litri e una media di 17,2 lt/ora; anche se si deve tenere presente l'andatura da rodaggio, il risultato è sicuramente degno di nota. Riprendiamo la navigazione e superiamo la città di Porto sino a raggiungere Aveiro, meta prevista della giornata; la vista delle scarse attrezzature diportistiche del luogo ci sconsiglia vivamente la sosta notturna quindi, chieste le debite informazioni al pescatore di turno, ci dirigiamo verso la località di Figueira da Fox. Dopo altre 35 miglia di navigazione arriviamo a destinazione alle 20.30; siamo molto stanchi e quando il poliziotto ci chiede, peraltro gentilmente, di perquisire il battello in cerca di un ipotetico carico fuorilegge, beh la voglia di mandarlo "aff...." ci assale violenta. La perquisizione è molto blanda e veloce, ma la cosa che più ci lascia interdetti è che alla fine di tutto, il poliziotto ci confessa, con estrema franchezza, che in porto non esiste un controllo notturno e che non può offrirci garanzie sulla sicurezza del gommone e delle attrezzature di bordo; se la cosa non fosse seria, ci sarebbe proprio da ridere. Riusciamo a dormire sonni tranquilli soltanto grazie allo skipper di un grande motoryacht, che ci offre di ormeggiare attaccati alla poppa della sua imbarcazione.

2° tappa: la mattina successiva, tanto per non farci dimenticare le peripezie della serata precedente, arriva la sgradita sorpresa della mancanza della pompa carburante in banchina; fortunatamente il giovane concessionario Honda della zona si dimostra molto gentile ci accompagn a fare rifornimento con il suo fuoristrada. Lasciamo il porto di Figueira soltanto alle 11.00 e ci troviamo subito a dover combattere con un forte mare di poppa; per fortuna gommone e motore vanno a meraviglia e riusciamo a percorrere le 130 miglia che ci separano da Lisbona senza grosse difficoltà; mentre risaliamo il lungo tratto del fiume Tejo, per raggiungere il Marina Expo dove abbiamo già sostato in occasione del raid dello scorso anno, non possiamo fare a meno di ripensare alla splendida accoglienza che abbiamo ricevuto al nostro arrivo da parte dei responsabili della manifestazione. Il radioso sorriso che appare sul volto della dott. Marina Pereira, responsabile delle pubbliche relazioni del Marina Expo, questa volta è reso ancor più accattivante da un'evidente stato di maternità e ci offre subito la conferma che evidentemente non siamo stati dimenticati. Nel corso della piccola rimpatriata che avviene in seguito, consegniamo i due numeri de "Il Gommone" che portano la testimonianza del nostro raid Expo 98.

3° tappa; venti minuti di metropolitana ci riportano ai pontili del Marina dove riceviamo la gradita sorpresa di vederci offerto l'ormeggio, segno inequivocabile che il nostro passaggio è stato ancora una volta accolto con grande amicizia. Con questi pensieri che vagano per la mente, iniziamo la discesa del grande fiume che ci riporterà in Atlantico; poche centinaia di metri prima del passaggio sotto al lungo ponte denominato "25 de Avril" ci godiamo lo spettacolo di una ventina di barche a vela impegnate in regata; molte di queste battono bandiera inglese, qualcuna francese; chissà quale sarà la loro meta? L'Atlantico ci accoglie ancora una volta con un forte vento da NW e mare grosso sempre da poppa; poco male sia perché ormai ci abbiamo "fatto il callo", sia perché la nostra meta è il porto di Sines che dista soltanto un'ottantina di miglia da Lisbona. Come già lo scorso anno, tagliamo con un sol bordo il grande golfo di Setubal, che si estende da Cabo Espichel a Cabo de Sines, e dopo cinque ore di battaglia con i marosi cominciamo ad intravedere il lungo frangiflutti del porto di Sines; mentre rallentiamo l'andatura per entrare in porto, il pensiero vola ai due amici Josè e Josè Luis, i marinai di Sines alle cui cure abbiamo affidato il King 600 del raid Expo 98, in attesa di essere riportato in Italia. Non facciamo in tempo ad ormeggiare che da una banchina si levano quattro braccia in segno di saluto; sono proprio loro, i due Josè e l'abbraccio che ne segue è ricco d'emozioni che soltanto chi ha amici " di mare " può provare. Calmatasi un poco l'euforia, possiamo finalmente ringraziare di persona Josè 1 e 2 per il loro prezioso aiuto; purtroppo non riusciamo a cenare assieme a causa dell'arrivo, previsto in tarda serata, di una regata velica che scopriamo essere quella partita con noi da Lisbona. 

4° tappa: un cielo minaccioso ed un mare sempre duro non ci aiutano certo a mitigare la tristezza nel lasciare gli amici in banchina, però questa è " la dura vita del marinaio ", quindi, giù la manetta e che il ballo ricominci! Oggi il vento è da SW e ci regala un imponente mare di prua che ci fa soffrire parecchio anche a causa della mancanza di quei famosi 120 m/m di piede; al momento della risalita sull'onda, quando la poppa del gommone si trova ancora nel cavo, il motore resta a "bagno" con la parte più larga del gambale e funge da elemento frenante costringendo il gommone ad una risalita lenta e faticosa. Fortunatamente con il passare delle ore, il vento viene a calare ed anche il mare perde una parte della sua forza permettendoci così un'andatura nettamente più veloce e sicura. Sono da poco passate le 14.00, quando doppiamo Cabo de Sao Vicente ed entriamo ufficialmente nella zona dell'Algarve; non è possibile descrivere a parole la bellezza di questo tratto di costa portoghese, e anche le immagini non riescono a rendere piena giustizia a quello che ci si presenta dinanzi; bisogna vederlo con i propri occhi! Navighiamo in questa meraviglia sino all'ingresso del porto di Lagos, vera perla turistica dell'Algarve; come però quasi sempre accade nella vita, la bellezza si paga e al Marina di Lagos ci viene richiesta la modica somma di 5.500 Escudos pari a 53.000 lire per una notte di sosta del Narwhal.

5° tappa: per essere in sintonia con gli avvenimenti che accadranno nel corso della giornata avrebbe dovuto trattarsi almeno di uno scalognatissimo Venerdì 17: tutto inizia di buon mattino quando ci accorgiamo di avere la batteria a terra, causata dalla imperdonabile dimenticanza di disinserire lo stacca batteria la sera precedente e, nel mettere il telo di copertura alla console, è rimasta incidentalmente accesa la luce di fonda. Beh, direte voi, in un grande porto turistico basta andare dal meccanico, chiedere una batteria in prestito e tutto è risolto. Non è così facile visto ci troviamo in Portogallo, un paese dalle stranissime contrarietà; intanto un'officina meccanica nel porto non esiste e questo richiede una lunga scarpinata per trovarla fuori; poi i tempi di esecuzione sono piuttosto lunghi e, per finire, ci vogliono 5.000 Escudos per il disturbo. Il seguito di questa tremenda giornata lo troverete narrato a parte nel box dedicato ai navigatori sfigati. 

6° tappa: inseriamo la marcia indietro dell'Honda con l'angoscia di sentire qualche sinistro rumore d'ingranaggi ma stranamente tutto sembra andare per il meglio; sono le 17,30 e la prudenza consiglierebbe di aspettare domani ma non vogliamo restare qui nemmeno un secondo di più. Fuori il vento è ancora da SW e il mare è molto alto ma per fortuna ci arriva al traverso e possiamo navigare abbastanza veloci; l'unico problema riguarda il piede del motore; sarà veramente a posto? Evidentemente sì, visto che riusciamo a raggiungere senza intoppi il porticciolo di Isla Cristina che si trova già in territorio spagnolo. 

7° tappa: facciamo un super pieno e riprendiamo la navigazione ancora segnati dagli avvenimenti precedenti; il vento è sempre sui 35 nodi da SW ma, se andava bene con la rotta di ieri, non può andare che bene anche oggi, visto che si torna a navigare verso sud e precisamente verso il porto di Barbate che dista circa 130 miglia. Per avanzare a buona velocità senza prendere troppe botte tiriamo dei lunghi bordi a zig-zag che finiscono per aumentare non di poco le miglia da percorrere e, come se non bastasse, continuiamo ad avere problemi con il serbatoio di prua che richiede sempre qualche sosta per il controllo dei filtri; queste contrarietà non ci disturbano più di tanto, convinti come siamo che il peggio sia ormai alle nostre spalle. Alle 17.00 siamo davanti all'imponente Cabo Trafalgar, teatro dell'omonima battaglia navale e, purtroppo, anche della morte del famoso ammiraglio inglese Horatio Nelson; siamo ormai vicinissimi al porto di Barbate ma, tanto per tenerci in allenamento, i pescatori locali hanno pensato bene di piazzare un'enorme apparato di pesca quasi all'imboccatura del porto e questo ci costringe ad allungare il percorso di un altro paio di miglia. Espletate le formalità portuali per l'ormeggio del gommone, non ci resta che affrontare una passeggiata di un paio di chilometri per raggiungere il paese o, come si dice qui, il "Pueblo".

8° tappa: lasciamo il porto di Barbate in assenza di vento e con mare buono, e questo non può che rallegrarci visto che a una ventina di miglia c'è l'imbocco dello Stretto di Gibilterra; aggirata ancora una volta la grande rete da pesca, possiamo finalmente spingere a fondo la manetta dell'Honda in direzione Gibraltar; sarà una corsa breve perché poco più avanti ci fermiamo per quello che a prima vista può sembrare un miraggio! No, fortunatamente non abbiamo le visioni, sono proprio mucche che prendono il sole in spiaggia; l'avvicinamento a Gibilterra ci ha sempre regalato incontri straordinari ma le mucche che prendono la tintarella... Poco dopo siamo davanti al faro di Tarifa che segna il nostro ingresso nello stretto; quest'ultimo è lungo circa 15 miglia e comprende la grande baia di Algesiras e la mitica rocca sulla quale sorge la città; visto il mare calmo, ci vuole soltanto una mezz'ora per passare dall'Atlantico al Mediterraneo ma, appena aggirata la rocca, veniamo intercettati dal "solito" gommone nero dei Custom, i guardiani inglesi dello Stretto. Aspettiamo con calma che ci raggiungano e... sorpresa; uno dei due membri dell'equipaggio lo abbiamo già incontrato lo scorso anno. Ci riconosce subito e tutto viene sancito da una poderosa stretta di mano. A questo punto veniamo informati che da quest'anno è proibito il passaggio nello stretto di tutte le imbarcazioni pneumatiche che non si presentino alla dogana di Gibilterra per il controllo del carico. Con il poco inglese in nostro possesso cerchiamo di spiegare le motivazioni dell'Ecoraid ma i due sembrano molto più interessati dalla nostra imbarcazione e soprattutto dalla soluzione del bracket; poco dopo infatti ci fanno la domanda fatidica : "Quanti nodi fa". "Quaranta", rispondiamo noi! Un cenno di intesa tra i due ci fa capire che sono certi della maggior velocità del loro mezzo e d'altronde il gommone di cui dispongono è lungo 7,5 metri, è molto stretto, con una carena decisamente profonda e tubolari molto alti sull'acqua; il piano di calpestio è interrotto soltanto dalla piccola consolle e dal doppio sedile di tipo motociclistico mentre a poppa è installato un possente Yamaha da 200 hp; tutto questo rigorosamente di colore nero per risultare invisibile di notte. Ci salutiamo promettendo di avvertire i gommonauti italiani dell'obbligo della sosta doganale anche se pensiamo che non saranno in molti ad arrivare sin qui, vista la notevole distanza che separa Gibilterra dal nostro Paese. Prima di ripartire chiediamo il permesso di filmarli mentre si allontanano, e questi non solo ci consentono di farlo, ma ci regalano addirittura un paio di passaggi acrobatici; visto che la telecamera è fuori, ne approfittiamo per girare qualche immagine alla Rocca, quindi viriamo di bordo per riprendere il viaggio. Il mare intanto non è più calmissimo e presenta un'onda di prua intorno ai 60/70 cm. che il Narwhal passa senza problemi; sono passati pochissimi minuti quando Giacomo mi fa un cenno di guardare sulla sinistra; mi volto e li vedo proprio di fianco a noi, sorridenti ed in evidente attesa di provare questi famosi 40 nodi. Non ci interessa molto il mondo della velocità, ma quando ci vuole, ci vuole ! Metto rapidamente la manetta a fondo corsa e l'Honda comincia a sibilare; qualche colpo di trim ed in poco tempo il Navionics segna 40/41. Siamo ormai al limite, non posso trimmare di più perché il gommone comincia a segni d'insofferenza; da un momento all'altro mi aspetto di vederli sfilare sul fianco e invece... Incredibilmente sono rimasti indietro, probabilmente a causa dell'estrema leggerezza del loro scafo che li costringe a fare i salti mortali per tenerlo in acqua. Un saluto con la mano sancisce la fine della prova; siamo davvero gongolanti, poter gareggiare con dei poliziotti e "metterli sotto" crediamo che sia il sogno inconfessato di ogni buon gommonauta. Chissà se i custom inglesi cambieranno gommone l'anno prossimo? Non abbiamo neanche il tempo di assaporare la giusta dose di soddisfazione che la giornata ci offre un'altra graditissima sorpresa, questa volta sotto forma di delfino; beh, dire delfino in questo caso è forse un poco riduttivo in quanto sono almeno una ventina e si danno un gran da fare per stare nella nostra scia. In un attimo portiamo la velocità a pochi nodi ed estraiamo telecamera e macchina fotografica con la speranza che non si allontanino subito e ci diano il tempo di filmare qualcosa; la speranza non è vana in quanto i simpaticoni giocano con noi per più di mezz'ora. E' uno spettacolo incredibile, sono tantissimi, saltano e si inseguono incrociando la prua della nostra imbarcazione sino a quando siamo noi a dover dire basta per riprendere la navigazione. Anche se non siamo al nostro primo incontro con questi esseri straordinari, dobbiamo dire che questa volta ci hanno deliziato della loro presenza come mai prima d'ora. Con gli occhi ancora pieni della splendida visione precedente entriamo nell'affollatissimo porto di Fuenghirola per fare carburante; sono le 15,30 e, visto che il benzinaio apre alle 16, c'è il tempo anche per un piccolo rabbocco allo stomaco. E' la prima volta che ci fermiamo in questa località che chiamare turistica è ancora poco; la vicinanza dell'aeroporto di Gibilterra garantisce l'afflusso di un numero enorme di turisti inglesi che sono i veri padroni della città; basti pensare che molti locali pubblici espongono cartelli pubblicitari e menù scritti soltanto in lingua inglese. Va bene il turismo, va bene il business, ma sconfessare le proprie radici linguistiche crediamo sia veramente troppo. Durante la breve sosta il tempo è peggiorato a causa di un temporale in arrivo ma non ce la sentiamo di fermarci in questo posto perciò, appena fatto rifornimento, ripartiamo alla volta di Puerto Cantado, che è l'appendice nautica di Malaga. Il porticciolo è grazioso e confortevole ma dista parecchio dall'abitato e ci vuole una buona mezz'ora di cammino per trovare l'hotel; anche questo però fa parte del gioco. 

9° tappa: l'informazione del ristoratore si rivela esatta e con l'autobus 11 arriviamo vicinissimi al porto; la giornata si presenta ottima dopo il temporale del giorno precedente, niente vento, mare calmo e, per la prima volta da quando abbiamo iniziato il raid, possiamo navigare senza giubbotto di pyle. Prima tappa giornaliera a Marina dell'Este, splendido Marina privato che sorge nelle vicinanze della città di Motril dove, oltre al rifornimento di carburante, giriamo delle buone immagini con la telecamera. Si riprende a navigare un paio d'ore dopo su un mare sempre calmissimo ma, fatte poche miglia, abbiamo un secondo incontro ravvicinato con i delfini, anche questa volta numerosi e con una gran voglia di giocare con noi; vista la situazione ci sembra alquanto scortese non accontentarli, quindi..... Dopo una buona mezz'ora siamo ancora una volta noi a dover cedere per primi e a malincuore li vediamo sparire sulla nostra scia. Alle 19.00 entriamo nel piccolo marina di Garrucha dove veniamo accolti con particolare simpatia dal marinero locale che, con grande cortesia, ci libera l'ormeggio più vicino all'uscita pedonale; per dire la verità, queste attenzioni li riceviamo sempre in territorio straniero ma, d'altronde, il saggio popolo latino non diceva forse "nemo profeta in patria". La sera ceniamo alla Teraza las Belindas dove abbiamo la possibilità di gustare una paella de mariscos e dei gamberoni da favola; vogliamo precisare che scriviamo queste note culinarie con l'intento di offrire una valida informazione a chi si trovasse a passare da queste parti, e non per farvi soffrire inutilmente. 

10° tappa: è con un po' di rammarico che ci lasciamo alle spalle Garrucha e la sua ottima cucina, ma questa è la dura legge del raidman, quindi, giù la manetta e via. Nulla da segnalare nelle prime due ore di navigazione se si eccettua la crescita dell'onda sulla nostra prua che comincia a farci ballare un poco; verso le 11 nei pressi del golfo di Cartagena avvistiamo due pattugliatori militari fermi al largo e, poco più avanti, altre due navi appoggio; guardiamo con molta attenzione ma non rileviamo nessun segnale nei nostri confronti quindi proseguiamo sulla nostra rotta. Quando siamo ormai giunti in fondo al golfo, ed abbastanza vicini a terra, veniamo attratti da uno strano oggetto di colore scuro, molto simile ad una grossa meda di segnalazione. Se è vero che la curiosità è madre dell'intelligenza, noi di cognome dovremmo fare Einstein; per dare soddisfazione a quest'impellente necessità puntiamo dritti verso riva e in pochi istanti siamo in grado di riconoscere benissimo l'oggetto che ci sta davanti: è un sottomarino. E' semi immerso, con una parte dell'equipaggio sul ponte intenta a montare i motori su due piccoli gommoni; scartata l'idea di allontanarci a tutta velocità, non vorremmo che le nostre intenzioni venissero fraintese, ci avviciniamo ancora, ma con grande cautela. Siamo ormai a pochi metri dal sommergibile, con i militari in coperta che hanno sospeso il lavoro e ci guardano stupiti; visto che nessuno di loro si decide a fare o dire qualcosa, esordisco io chiedendo se abbiano bisogno d'aiuto! Ripensandoci adesso ci scappa ancora da ridere; ve l'immaginate la scena: un grosso sommergibile impegnato in manovre militari che si lascia intercettare in emersione da un piccolo gommone il cui equipaggio domanda loro se hanno bisogno d'aiuto? Se la voce di questo si è sparsa in giro, non vorrei davvero trovarmi nei panni dell'equipaggio né tanto meno in quello del comandante di quel sottomarino. Comunque, per dovere di cronaca, la risposta alla nostra disarmante domanda è stata un secco NOO, seguito da una serie di efficacissimi segnali con le mani che ci esortavano a togliere immediatamente il disturbo. Il resto della giornata non offre nient'altro di interessante sino al nostro arrivo nel porto di Altea. Nonostante la spiccata vocazione turistica e nonostante la posizione geografica che la pone a poche miglia da quella fabbrica di grattacieli che ha per nome Benidorm, questa bella cittadina non ha certamente buttato via la sua identità culturale. Durante la cena facciamo uno spiacevole ma purtroppo realistico esame della situazione: siamo nel punto ottimale per puntare sulle isole Baleari, come prevedeva la rotta originaria, ma in questo momento siamo afflitti da tre grossi problemi: il primo è una depressione da NW prevista per la giornata di domani sul mar di Sardegna e della durata di almeno tre giorni; il secondo è che abbiamo ancora noie con il serbatoio di prua; il terzo, infine, è che le conseguenze economiche dovute all'urto di Tavira cominciano a farsi sentire e non ci permettono assolutamente di aspettare un meteo favorevole per effettuare una traversata in solitario di quasi 200 miglia, qual'è la distanza tra l'isola di Minorca ed Alghero. A questo punto non ci resta che prendere in considerazione la rotta del Leone. 

11° tappa: facciamo il pieno e lasciamo il porto verso le 9.00; poche miglia ci separano da Cabo de la Nao da dove inizia l'immenso golfo di Sagunto che termina con la foce dell'Ebro; sono qualcosa come 120 miglia, se navigate in linea retta, ed è proprio quello che ci proponiamo di fare oggi, visto che il mare non è di quelli proibitivi e che secondo le previsioni dovrebbe spingere al traverso. Durante questa lunga ed impegnativa tappa vogliamo mettere alla prova l'Azimuth 1000, la bussola elettronica che abbiamo installato per questo raid; sino ad ora si comportata magnificamente dimostrando un'insensibilità ai colpi e una facilità di lettura davvero straordinarie, adesso però vogliamo misurarne anche la precisione su lunga distanza e la tappa di oggi ci sembra proprio l'ideale per questo test. Poche miglia di navigazione e siamo al traverso di Cabo de la Nao; non abbiamo carte dettagliate della zona perciò prendiamo la rotta direttamente dal Navionics che segna 010° quindi spegniamo il G.P.S. e iniziamo il lungo bordo che ci porterà direttamente a Vinaroz. Il mare si presenta con un'onda al traverso di 60/70 cm, che ci consente una velocità intorno ai 25 nodi anche se con qualche salto ogni tanto. Passano le prime due ore; accendiamo il Navionics per un primo controllo della rotta che risulta perfettamente esatta quindi nuovo spegnimento e avanti così. Il mare si alza e di conseguenza la velocità scende intorno ai 20 nodi; alle 13,30 rifacciamo il punto per la seconda volta - la rotta risulta perfetta - e ne approfittiamo per mangiare qualcosa. Mentre addentiamo pane e chorizo (salame) ballonzolando sulle onde di questo mare che proprio calmo non è, non possiamo fare a meno di pensare al classico commento dei gommonauti della domenica sulle difficoltà di questi raid, che di solito è condensato in questa frase "non deve essere poi tanto difficile, tanto navigate sempre sotto costa". Per dare una precisa risposta a questa domanda spieghiamo che cosa significa raid per Sea Adventure: si naviga tutti i giorni, con mare buono o cattivo, con la pioggia o con il sole, con il vento o la bonaccia (è intuitivo che ci sono giorni in cui si percorrono 60/70 miglia e giorni in cui se ne fanno 200), la rotta è sempre la più breve ovvero da punta a punta dei golfi; il classico esempio è quello di oggi con una tirata unica di 120 miglia, il che vuol dire 4/5 ore senza vedere terra e ad una distanza media di 25/30 miglia dalla costa; ci sembra quindi piuttosto riduttivo definirla una navigazione sotto costa. Chiudiamo la parentesi e riprendiamo a navigare; alle 15,30 siamo in vista di Vinaroz. Puntiamo dritti sul porto ed eseguiamo l'ultimo controllo della rotta: 002°; otto gradi di scarto su una tratta di 120 miglia fatta con mare mosso stanno a significare l'ottima direzionalità del Narwhal, una buona conduzione da parte nostra ma, soprattutto, una straordinaria prestazione dell'Azimuth 1000. La delusione della mancata traversata Baleari - Alghero si stempera in un attimo alla vista del volto sorridente dell'amico Eduardo che siamo riusciti a scovare dopo mezza dozzina di telefonate; con la vulcanicità che lo contraddistingue c'informa che stasera saremo ospiti a casa sua in compagnia dell'amico Morgan e signora. Serata da inserire nel libro dei ricordi con cena a lume di candela su una terrazza, che definire vista a mare è estremamente riduttivo, in quanto il mare è a non più di una decina di metri sotto di noi. Questa volta elenchiamo il menu di casa Martinez soltanto per pura cattiveria: prosciutto iberico strepitoso - gamberi di dimensioni e fragranza eccezionali - coda di rospo in salsa delicata e, per finire, tutta una serie di ottimi dolci locali. Per rendere il tutto ancora più doloroso aggiungeremo che il Martinez è un grande intenditore di vini, dei quali possiede un buon numero di bottiglie di ottima qualità, ed il " passito " denominato Pedro X - la X sta per Ximenes - con il quale abbiamo terminato la cena non ha davvero nulla da invidiare ai nostri prodotti più blasonati. 

12° tappa: dopo il consueto passaggio alla Kanase Espagna per gli ormai soliti e graditi souvenir, Eduardo ci offre una veloce ma interessantissima visita alla Panoramica, uno dei più bei campi da golf dell'intera Spagna; alle 14.00 con grande nostalgia riprendiamo la via del mare salutando quello che riteniamo essere un amico davvero speciale. Il piacere della compagnia e le libagioni della serata precedente ci hanno fatto dimenticare che a Vinaroz non c'è carburante in banchina e, visto che siamo quasi a secco, prima di puntare sulla foce dell'Ebro dobbiamo fermarci a S. Carlos per il rifornimento. La meta d'oggi è il porto di Salou dove arriviamo dopo quattro ore di dura battaglia con le onde, e dove ci sentiamo chiedere la modica somma di 4280 pesetas (51.360 lire) per una notte di ormeggio. La cittadina è davvero graziosa ma affollatissima di turisti e bancarelle, e questo la dice lunga sul livello dei prezzi. 

13° tappa: visto il mare di ieri e le poco confortanti previsioni di oggi, partiamo di buon mattino; è una decisione saggia perché un forte vento da NE ci spinge un mare corto e durissimo proprio sul naso, con lo sgradevole risultato di tenere bassa la velocità e alti i consumi. Passata Barcellona, facciamo una sosta carburante a Masnou, quindi riprendiamo la navigazione in direzione El Balis dove giungiamo dopo più di otto ore di continue botte. Porto che vai tariffe che trovi: il Marina di El Balis è molto più grande e decisamente più accogliente di Salou ma l'ormeggio del Narwhal ci costa soltanto 1.423 pesetas l'equivalente di 17.000 lire. 

14° tappa: per fortuna la meta di oggi è Port Llanca che dista 80 miglia e che potrebbe rappresentare il trampolino ideale per tagliare il golfo del Leone; appena fuori dal porto ci rendiamo subito conto che le onde sono un poco meno cattive di ieri anche se purtroppo ci arrivano sempre sulla prua. Sono passate da poco le 13.00 quando facciamo il nostro ingresso nell'accogliente e trafficatissimo porto di Estartit, dove contiamo di salutare l'amico Massimo al ristorante Les Salines; data l'ora, oltre al piacere di rivedere l'amico, ne approfittiamo per gustare qualche stuzzuchino che viene innaffiato da un'ottima Sangria. Purtroppo non abbiamo molto tempo da dedicare ai piaceri della cucina che offre questo rinomato ristorante, ed è con un po' di rammarico che lasciamo Estartit alla volta delle vicinissime isole Medas, dove vogliamo girare un po' di filmato a dimostrazione che si può gestire un parco marino senza doverne proibire l'ingresso ai subacquei, né tanto meno ai diportisti. Terminata quest'operazione puntiamo nuovamente la prua del Narwhal verso nord, mentre il mare sembra calmarsi un poco. Mezz'ora di navigazione e siamo al cospetto di Cab Creus, una delle poche zone costiere che, grazie anche alla sua conformazione fatta di scogliere a picco sul mare, ha fortunatamente risentito pochissimo dell'urbanizzazione selvaggia. Verso le 16,30 entriamo in un Port Llanca affollatissimo di imbarcazioni e dobbiamo attendere quasi un'ora per vederci assegnare un posto d'ormeggio; evidentemente la vicinanza con il confine francese comincia a farsi sentire. Siamo sul margine estremo del Golfo e questo è certamente il luogo ideale per una rotta diretta sulle isole Porquerolles, ammesso e non concesso che vento e mare c'è lo consentano. Purtroppo le previsioni non sono troppo confortanti perciò ci riserviamo di ricontrollarle domani; quello che invece possiamo fare al momento è un controllo completo del motore ed degli accessori perché trovarsi in panne nel mezzo del Leone non è certo il massimo della vita. Iniziamo con il sostituire i filtri del carburante per poi passare al controllo del livello dell'olio; sino ad ora l'Honda ha totalizzato 73 ore di moto senza causarci il benché minimo inconveniente e la sola manutenzione che dobbiamo eseguire si riduce ad un rabbocco di ½ kg. d'olio e alla pulizia del condotto della spia dell'acqua che si è intasata di sale. La timoneria idraulica Ultraflex si è comportata egregiamente senza lamentare alcuna fuoriuscita d'olio e mantenendosi sempre "pastosa" al punto giusto; gli strumenti di bordo risultano perfettamente funzionanti così come il pannello elettrico, la piastra per l'unione delle masse e lo stabilizzatore di tensione che abbiamo autocostruito e che sono stati proposti da Il Gommone nella rubrica del fai da te. 

15° tappa: ci svegliamo di buon mattino perché vogliamo salpare al più presto ma abbiamo fatto i conti senza l'oste in quanto il distributore diventa operativo soltanto dopo le 9; abbiamo così tutto il tempo di controllare perbene il meteo appena arrivato e che porta contemporaneamente buone e cattive notizie: le buone sono rappresentate da un vento di NE sui 15/20 nodi mentre le cattive lo danno in aumento a 35/40 sul versante opposto. Adesso o mai più ; usciamo dal riparo del frangiflutti e quello che ci si presenta davanti non è davvero incoraggiante, si vedono, infatti, soltanto onde e schiuma e nessuna barca in navigazione. Puntiamo comunque verso il largo perché il vento che sta tirando in questo punto non arriva da NE ma da SE e, vista la conformazione di questi luoghi, speriamo tanto che sia un fenomeno locale; così è infatti e, già dopo una mezz'ora, il vento diventa quello previsto e ci troviamo a navigare al traverso su un mare appena mosso cosa che non ci dispiace di certo. Due ore dopo facciamo il primo punto: rotta diretta sulle isole e 38 miglia percorse, niente male se si tiene conto che le prime miglia le abbiamo navigate a non più di 13 nodi; il mare adesso è molto più abbordabile e possiamo filare a 23/25 nodi. Sosta tecnica alle 12,30; ora il mare è quasi piatto ma non ci sentiamo di sfidare troppo la dea bendata e ripartiamo subito. Secondo punto alle 14.00: siamo sempre in rotta perfetta e abbiamo percorso poco più di 90 miglia ma il NE ricomincia a montare ed in poco tempo il mare ingrossa. Con il passare dei minuti diventa sempre più difficile mantenere la rotta originaria che era di 080° e ben presto dobbiamo cominciare a chiudere prima sui 060°, infine su 045°; ci rendiamo conto di puntare troppo verso terra ma non ci è possibile fare di più. Finalmente cominciamo a vedere terra; il Navionics dice che siamo più o meno al traverso del golfo della Ciotat ma la nostra intenzione è quella di arrivare al porto di St.Mandrier che si trova all'interno del golfo di Tolone. Le ultime 15 miglia sono di vera sofferenza, con onde altissime e ripidissime che il gommone supera annaspando in puro dislocamento a una velocità di 7/8 nodi. Proprio in questo frangente viene fuori il punto debole nell'allestimento del motore a gambo corto: se teniamo il trim in modo corretto per questo tipo di mare, l'elica pesca troppo poco e non spinge a sufficienza; se al contrario lo teniamo sotto, la spinta è buona ma la prua non sale abbastanza velocemente. Ci vogliono quasi due ore per entrare nel grande golfo di Tolone dove, guarda un po' il caso, incrociamo la rotta di un grosso sommergibile scortato da due piccole imbarcazioni; evidentemente è l'anno del sottomarino! S. Mandrier è un grazioso paesino che offre però tutti i comfort, dal piccolo hotel ai ristoranti sul porto, dal distributore in banchina allo sportello Bancomat, proprio quello che ci vuole per evitare complicazioni dopo le fatiche di una giornata come questa. Alla sera, davanti ad una profumatissima soupe de poisson, facciamo il punto della situazione: nonostante gli imprevisti - vedi Tavira - non possiamo lamentarci troppo, siamo arrivati quasi alla fine e oggi poteva anche andare peggio.

16° tappa: ci sarà da ballare anche oggi infatti, durante la notte il vento di NE si è girato in NW ovvero nel famigerato Mistral che adesso spazza il mare imbiancando le nostre ultime miglia nel Leone. Il mare è decisamente mosso ma spinge da poppa che per noi è l'andatura migliore; in questo caso infatti il gommone si comporta magnificamente perché quando si scende nel cavo delle onde, le più grandi delle quali superano i sei metri, il bracket e la parte più larga del gambale fungono da freno in maniera efficacissima, permettendoci di tutto, anche di girare un po' di filmato, tanta è la sicurezza che infonde l'imbarcazione in queste seppur precarie condizioni.Ttutto ciò avviene anche grazie alla pronunciata prua del Narwhal che sicuramente contribuisce in modo determinante all'ottimo risultato. Tra un sali e uno scendi arriviamo davanti alla baia di S.Tropez dove entriamo per prendere un po' di fiato e girare qualche immagine di quello scenario particolarissimo che è Port Grimaud; la piccola e moderna Venezia francese è affollatissima di turisti, molti dei quali non perdono certo l'occasione per scattare qualche foto al nostro gommone in assetto raid. Riprendiamo la navigazione verso le 14,30 con la speranza che il mare calmi un po' ma, purtroppo, mai speranza fu più disillusa; il mare non molla di un centimetro e la famosa baia degli Angeli, che si estende in pratica da Antibes a Montecarlo, oggi non sembra tenere fede al suo nome. Alle 18 provatissimi entriamo nel porticciolo di Bordighera; dopo tanti giorni di viaggio e l'attraversamento di Portogallo, Spagna e Francia, siamo finalmente tornati in patria e ad un passo dal porto di Arenzano, nostra meta finale. 

17° tappa: ieri sera ci siamo fatti prima una vera pizza poi un autentico caffè all'italiana, stamattina invece ci possiamo gustare un vero cappuccino. Oggi ce la possiamo prendere con calma visto che siamo ormai giunti alla fine, tra poche miglia, infatti, potremo chiudere questo Ecoraid "99, almeno la parte riguardante la navigazione vera e propria. Tutto questo sembra averlo capito anche il mare che finalmente ha messo giudizio e ci permette il lusso di una navigazione tranquilla ed esente da sorprese; poche miglia e siamo davanti ad Imperia dove contiamo di fare gli ultimi litri di rifornimento; l'entrata in porto non è certo agevole poiché ci sono non meno di una trentina di ragazzini che veleggiano su altrettanti Optimist, proprio davanti all'imboccatura del porto; la vela è di certo il modo più nobile di andare per mare ma in questo caso una tiratina d'orecchie agli istruttori la si potrebbe dare visto che la navigazione a vela in ambito portuale è severamente proibita. Ultimo tratto di navigazione con rotta su Arenzano dove parenti ed amici sono sul molo pronti a festeggiare con noi l'impresa appena terminata; pochi attimi prima di entrare in porto ci voltiamo indietro a guardare l'immensa distesa del mare che per tanti giorni è stato il nostro campo di battaglia, mentre un pensiero si fa largo nella mente: il prossimo potrebbe essere...

Venerdì 25, un giorno da "sfigati"

L'avvisaglia che non sarebbe stato un giorno fortunato la si era già avuta con l'episodio della batteria scarica e, ben conoscendo quello che recita la legge di Murphy al riguardo "al peggio non c'è mai fine", alle 11.00 lasciamo il bellissimo e salatissimo Marina di Lagos con un po' di apprensione. Appena fuori dal canale ci accorgiamo che il mare è poco mosso e anche il vento è piuttosto debole; vuoi vedere che il Murphy questa volta ha ciccato? Portiamo in planata il Narwhal e puntiamo dritti su Chipiona che dista 120 miglia. Questa rotta ci porta a sfiorare i pericolosi banchi di sabbia di Cabo S. Maria, che però sono correttamente riportati sulla carta del Navionics e quindi non rappresentanoo un pericolo per noi. Sono passate circa due ore, tutto procede a meraviglia, c'è tempo anche per uno spuntino; il mare è sempre calmo anche se il vento è adesso un NE sui 15/20 nodi. Ripartiamo con la convinzione di esserci allarmati per nulla ma, mai previsione si dimostrerà più errata; sono da poco passate le 14 quando sentiamo un colpo terribile nella zona di poppa e vediamo il piede del motore zompare in alto, quasi fosse spinto da un trim ultra rapido. Non ci vuole molto per capire che cosa sia successo: abbiamo urtato un grosso travetto di legno che adesso vediamo galleggiare placido sulla scia del gommone. Mano ai remi e recuperiamo l'oggetto causa del disastro; è una trave quadra di una ventina di centimetri di lato e lunga un paio di metri. Difficilmente avremmo potuto trovare qualcosa di più solido contro cui cozzare, senza contare che deve essersi infilata come un missile tra bracket e motore, esercitando su quest'ultimo una leva paurosa.

Ad un primo veloce controllo, i danni sembrano tutti nel motore che, oltre ad essere rimasto bloccato in una posizione intorno ai 45°, non consente più il disinserimento della marcia. Non siamo certo in grado di riparare i danni quindi, mentre Giacomo si attacca al VHF sperando di trovare qualcuno in ascolto, io controllo la posizione; siamo una ventina di miglia al largo di Tavira, un porto "peschero" che abbiamo già visto lo scorso anno e che non rappresenta certo la miglior soluzione possibile; l'importante però è toglierci da questa scomoda posizione. I nostri P.A.N. vanno a vuoto per quasi due ore poi, finalmente, riusciamo a stabilire un contatto con un peschereccio portoghese che ci comunica di trovarsi a 25 miglia da noi e che, appena salpate le reti, verrà a prenderci. Siamo salvi! Vista la vicinanza della frontiera avremmo preferito un peschereccio spagnolo, ma in queste condizioni non possiamo permetterci di fare i difficili. Mentre aspettiamo l'arrivo del nostro salvatore prepariamo tutto quello che può servire per il traino; non sapendo con chi abbiamo a che fare, vogliamo dimostrare di non essere degli sprovveduti, sia per orgoglio personale, sia per cercare di limitare l'eventuale richiesta economica del traino. Soltanto alle 18,30 cominciamo a scorgere la sagoma di un grosso peschereccio che punta dritto su di noi e venti minuti dopo ci è accanto; le scritte parlano chiaro, proviene proprio da Tavira ed è là che ci porteranno per la spaventosa somma di 1.500.000 di escudos. Siamo in pieno Atlantico a più di 20 miglia dalla terraferma, con 15/20 nodi di vento che ci spingono al largo, e sono ormai le 19,30; voi cosa avreste fatto? Noi abbiamo detto di si. Intanto andiamo a terra, poi qualche Santo provvederà. Ci vogliono più di due ore per arrivare in porto, dove riusciamo ad ormeggiare attaccati ad un vecchissimo pontile in legno; il posto è davvero squallido ed il solo pensiero di lasciare il gommone per la notte ci fa venire i brividi. Cerchiamo di portare con noi tutto quanto è umanamente possibile - vedi attrezzatura fotografica, telecamera ecc. poi con un taxi andiamo nel più vicino hostal che troviamo e da lì telefoniamo al concessionario Honda di Figueira al quale spieghiamo i nostri problemi e prendiamo accordi per risentirci il mattino successivo, quando sapremo con certezza quali e quanti sono i danni che abbiamo subito. Alle 07.00 siamo già al porto per esaminare l'Honda e ci accorgiamo subito che "qualcuno" nella notte è salito a bordo e ha provveduto ad asportare uno dei GPS Navionics, l'elica rovinata dall'urto - quella di rispetto era finita talmente in fondo al gavone di prua che probabilmente non è stata trovata - un pacco delle nostre magliette ed un borsello contenente pochi spiccioli in franchi francesi e le ricevute delle soste precedenti. Non abbiamo nemmeno il tempo di recriminare perché abbiamo problemi ben più gravi da risolvere. Portiamo il gommone vicino allo scivolo in modo da poter esaminare comodamente il piede; il problema trim è di facile soluzione in quanto il motore è rimasto alto a causa dei tubi della timoneria idraulica che si sono agganciati ad una delle staffe della plancetta del bracket; di non facile soluzione appare invece il guasto al piede, visto che l'albero dell'elica è vistosamente piegato. Chiamiamo l'amico Luis e lo mettiamo al corrente della situazione chiedendogli se gli sia possibile procurarci l'intero gruppo del cambio; questi, dimostrando una grandissima disponibilità nei nostri confronti, dopo un giro di telefonate c'informa che il gruppo è disponibile presso il suo collega di Portimao, che lo smonterà dal motore che tiene in esposizione. Non riusciremo mai a ringraziarlo abbastanza! Portimao dista soltanto un'ottantina di chilometri e alle 14.00 Giacomo è di ritorno con il ricambio mentre io ho già provveduto a smontare il cambio dalla sua sede. Ci vuole poco tempo per rimontare il tutto e dopo aver eseguito tutti gli scongiuri presenti nel nostro fornitissimo repertorio, diamo fuoco alle polveri. Il motore gira come al solito ovvero una meraviglia; provo ad inserire la marcia indietro e, anche così, tutto sembra andare per il meglio; infine innesto la marcia avanti, tutto O.K. A questo punto possiamo confermare che la riparazione si è dimostrata efficacissima in quanto siamo arrivati a destinazione senza lamentare alcun inconveniente. Morale di una giornata sfigata: anche la miglior imbarcazione del mondo può restare in panne; il segreto per venirne fuori bene è possedere questi tre requisiti: primo, mai perdersi d'animo; secondo, pensare sempre in positivo; terzo, avere denaro a sufficienza per far fronte a questi possibili imprevisti. Meditate gente, meditate.

I numeri del raid

Tempo di navigazione: 17 giorni

Distanza percorsa: 1.860 miglia

Navigazione effettiva: 92 ore

Velocità media: 20.21 nodi

Consumo totale: 1.740 litri

Consumo parziale: 18.91 litr/h

I protagonisti del raid

Il gommone

Il Narwhal SP 670 ci è stato fornito completo della sola consolle e della seduta di guida, per questo si è resa necessaria la costruzione di due gavoni aggiuntivi adatti al conenimento dei due serbatoi fissi. Il gommone presenta un allestimento spartano, ideale per il lavoro o la subacquea mentre è opportuno arricchire la dotazione di coperta per un uso prettamente diportistico o per il campeggio nautico. Nel nostro caso, oltre ai già citati gavoni per i serbatoi, la sola modifca apportata è consistita nella costruzione/installazione di un tientibene in grado di supportare le luci e l'antenna del VHF. Notevoli le doti marine del gommone anche se sono state un poco penalizzate dal problema bracket, specialmente nel caso di navigazione con mare da prua. Questo particolare "allestimento" ci ha invece favorito nella navigazione con mare da poppa, oltre ad incrementare le prestazioni velocistiche. Ottima la sensazione di sicurezza a bordo favorita, sia dal basso livello del piano di coperta, sia dal notevole diametro dei tubolari. E' stata la nostra prima volta che utilizzavamo tubolari costruiti in PVC e abbiamo cercato di essere particolarmente pignoli nei controlli, senza peraltro riscontrare alcuna anomalia quali il ripristino della pressione o scolorimento. Di notevole sicurezza la presenza di ben tre valvole di sovrapressione.

Il motore

Ottimo sotto tutti i punti di vista questo Honda BF 130; ha spinto i 1.300 kg. del Narwhal senza mai lamentare il minimo inconveniente e senza denunciare problemi dovuti al suo assetto, quasi sempre immerso in acqua. Dopo 73 ore abbiamo effettuato l'unico rabbocco dell'olio (1/2 kg) e la pulizia del foro spia del raffreddamento. Silenzioso e senza vibrazioni, merito dei controalberi rotanti, è dotato di una coppia taurina, rappresenta la maggior potenza oggi disponibile nel settore dei fuoribordo a 4 tempi. Apprezzabili le soluzioni tecniche che agevolano la manutenzione ordinaria come il filtro dell'olio facilmente sostituibile e di derivazione motociclistica o la facilità d'accesso al filtro interno del carburante. Da segnalare la compatibilità di utilizzo del cospicuo parco eliche di produzione Mercury.

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