Sea Adventure associazione gommonautica sportiva dilettantistica
affiliata al C.S.I. (Centro Sportivo Italiano)

Paris Raid 2003

Anche quest'anno siamo terribilmente in ritardo ma, purtroppo, questo è lo scotto che si deve pagare per poter provare gommoni nuovissimi, talmente nuovi che non sono ancora avviati alla produzione; questo, di contro, ci consente di metterli alla frusta e trovarne le eventuali magagne che dovranno poi essere corrette dal cantiere prima di immettere il battello sul mercato; quanto sopra è per dire che stiamo lavorando per voi

Domenica 20 Luglio: porticciolo di Baratti (Piombino), finalmente ci siamo, è arrivato il gran giorno della partenza; grazie alla disponibilità dell'amico Andrea (Nautica Què Ragazzi) e della Ester (Biemmegi Nautica) parto accompagnato da una vera flottiglia di gommoni che mi scorteranno sino all'isola d'Elba. La giornata, condita da tanta buona compagnia, vola via in un attimo e dopo il consueto rituale dei mille "in c..o alla balena" e simili, alle 16.00 lascio l'allegra brigata per dare finalmente inizio a questo Paris2003Raid. L'ora già piuttosto tarda mi consiglia di arrivare a Solenzara, piccolo porto situato nella parte sud della Corsica; sono poco più di 70 miglia che, con mare calmo, non offrono nessuno spunto di rilievo se non la buona scorrevolezza palesata dalla carena del Twentyfive e la notevole silenziosità messa in mostra dallo Yamaha 225 Four Stroke.

2° tappa: il mare è buono anche oggi ed in mezz'ora sono a circa tre miglia da Caprera quando sento una forte botta in carena e un attimo dopo l'urlo del motore che si alza sparato in fuori da qualcosa che gli ha urtato contro. Per fortuna ho la mano sul monoleva e in un attimo tolgo il gas; sono fermo e mi guardo attorno ma non mi riesce di vedere nulla; non posso controllare bene gli eventuali danni perchè lo specchio di poppa di questo modello è previsto per la doppia motorizzazione quindi con motori molto meno ingombranti dello Yamaha 225. Rimetto in moto poi, con molta cautela inserisco la marcia avanti temendo di sentire qualche sinistro rumore che, per fortuna, non viene fuori; provo ad accelerare pian piano ma sembra proprio che tutto sia a posto. Tanto tranquillo non lo sono, per questo decido di andare in quel di Cannigione dove eventualmente posso contare sull'aiuto di Marco, Giancarlo e Piercarlo, tre buoni amici che sono in vacanza in quella zona. Mentre percorro le poche miglia che mi separano dalla meta, anche il GPS comincia a fare le bizze; lo schermo ogni tanto si oscura per poi riaccendersi per qualche secondo e via di questo passo; tutto questo non fa che rafforzare l'idea che mi devo per forza fermare a Cannigione. Mi spingo sino al fondo del golfo dove faccio spiaggiare il Mar.Co e posso così controllarne i danni; trovo una bella strisciata in carena e una piccolissima abrasione proprio sotto alla pinnetta del motore; per fortuna niente di troppo preoccupante. Più complesso è invece il problema del GPS che risolvo con una telefonata a Marco Bianchi, responsabile di area della Nuova Rade, che distribuisce in Italia i prodotti della Plastimo; mi farà avere un nuovo Navman 5500 I ad Alghero ma ci vorranno almeno due giorni; pazienza, uno lo passerò qui con gli amici. 

3° tappa: sono le otto quando lascio Cannigione con rotta su Alghero; il mare è discreto e la navigazione non presenta alcunché di particolare se non una densa foschia nei pressi di Stintino; passato lo stretto braccio di mare tra Stintino e l'isola dell'Asinara però tutto torna normale e verso l'una entro nel porto di Alghero. La prima operazione da fare è il pieno, poi cercherò un ormeggio; terminato il salasso del carburante, inizio la ricerca di un pontile, ricerca che mi è facilitata dalla presenza di un piccolo gommone che si incarica di accompagnarmi al giusto posto; non mi è mai successa una cosa simile, di solito questa è una prassi riservata ai grossi yacht, certamente una bella differenza dall'accoglienza avuta in quel di Cannigione. Il gestore del pontile Sermar, ormai posso chiamarlo amichevolmente Federico, è un raro esempio di squisita cortesia unita ad una grande conoscenza dell'arte marinara, quanto di meglio si possa trovare in giro per i porti e non solo quelli italiani. Ci vuole ancora un giorno affinchè il corriere espresso scarichi il tanto atteso pacco presso la nautica Ondablu Mare, un negozio pieno zeppo di materiale nautico ma, soprattutto, di cortesia. Nell'attesa sono riuscito a scovare il problema dell'altro GPS che non sembra andare molto d'accordo con il pannello elettronico di comando. 

4° tappa: sono quasi disperato quando alle 11.00 mi arriva la telefonata da Nautica Ondablu che mi annuncia l'arrivo del nuovo GPS; una veloce corsa con la bicicletta prestatami dall'amico Mirco Colombo, dopo una mezz'ora in banchina si diventa tutti amici, e alle 11.30 lascio il pontile alla volta di Porto Mahon nell'isola di Minorca; non si dovrebbe partire in ora così tarda per una navigazione di quasi 200 miglia ma ho già perso due giorni e proprio non mi va di aspettare ancora. Con il passare delle ore il mare aumenta il suo moto ondoso ma il Twentyfive non sembra impressionarsi più di tanto, e così posso mantenere una media intorno ai 20 nodi. Alle 20.30 imbocco il lungo budello che segna l'inizio di Porto Mahon e arrivo alla gasolinera troppo tardi per fare il pieno, ma in orario per trovare un posto sicuro e gratuito per la notte; un degno finale per una giornata decisamente positiva. Più tardi, a tavola, faccio i primi conti della serva e mi pare che i consumi siano buoni, ma per una verifica seria devo aspettare il rifornimento di domani. 

5° tappa: puntuale, alle otto, arriva il gestore che mi rifila 275 litri di verde che mi confermano un consumo intorno ai 30 litri/h che, visti i pesi in gioco e le dimensioni del gommone, mi sembra più che buono. Durante il rifornimento mi ritrovo in compagnia di tre velisti italiani che stanno rientrando e che combinano un piccolo pasticcio riattaccando la loro pistola del gasolio nella pompa che sto utilizzando io per la benzina, ed il risultato è che, ritogliendo la pistola per metterla al posto giusto, il mio conto si azzera; me lo aspettavo e per questo ho tenuto conto dell'importo che in quel momento era di quasi € 163,00; visto che il gestore era affaccendato avrei potuto fare il furbo, ma fregare uno che si guadagna da vivere facendo questo mestiere non mi sembrava giusto, quindi, lo chiamo e lo avverto del fatto. Lui non smette più di ringraziarmi e qualcosa mi dice che a Porto Mahon mi sono fatto un nuovo amico. Motore in moto e partenza alla volta di un'altra bellissima isola spagnola, quella di Formentera; è una tappa piuttosto impegnativa anche questa di oggi visto che sono altre 150 miglia di mare e nemmeno troppo calmo, ma gommone e motore sembrano andare benissimo e allora dov'è il problema? Il problema è che quando arrivo a Formentera, i due marina sono pieni di barche sino all'inverosimile e devo fare i salti mortali per trovare un posto per la notte; durante la ricerca dell'ormeggio passo di fianco ad un grosso gommone bianco che è un Nautica Cab 10 e che porta le insegne del Formentera Diving. Dopo vari tentativi la ricerca dà esito positivo ma un ormeggio senza luce e senza acqua in banchina mi costa qualcosa come 53.00 €! Alla faccia del turismo nautico, in compenso la cena è squisita con una Chuleta de Ternera (bistecca) tenerissima e le patatine giustamente croccanti, il tutto ad un prezzo davvero ottimo. 

6° tappa: oggi vorrei arrivare a Mazarron ma da quello che sembra promettere il mare, queste 150 miglia dovrò proprio sudarmele. Ci vogliono, infatti, ben otto ore abbondanti per raggiungere la meta ma, soltanto la vista dell'isolotto pieno di gabbiani che sorge davanti all'imboccatura del porto, vale già il viaggio. La pompa del carburante è posta proprio all'ingresso del porto e ne approfitto subito per fare rifornimento; visto che a Formentera ho finito l'acqua, faccio il pieno anche di questo preziosissimo liquido. Anche qui non c'è posto in banchina e dovrò aspettare che il distributore chiuda per piazzarmi per la notte; dato che è Domenica, ormeggio momentaneamente davanti al cantiere che è "cerrado", tiro fuori la doccetta e...l'acqua arriva soltanto a piccoli spruzzi come se la pompa non riuscisse ad aspirarla. E' proprio così, l'acqua non arriva perché il serbatoio si è rotto e la pompa aspira aria; ma il guaio più grande è che il gavone prodiero è pieno di 80 litri d'acqua, più almeno altri 40 che erano già fuoriusciti. Il gavone non è comunicante con la sentina e così mi tocca svuotare circa 120 litri d'acqua raccogliendola con una mezza bottiglia di plastica e travasandola in una bacinella che devo poi portare fuori dalla cabina per svuotarla. E con il caldo che c'è è un vero dramma! La sera vado a gustarmi una lauta cena al solito ristorante El Caldero dove ho la gradita sorpresa di ritrovare Maria, il simpaticissimo gabbiano di cui ho già parlato in occasione di altri raid. Come ormai d'abitudine Maria si presenta al ristorante per ora di cena, cena che gli viene subito servita sotto forma di un piatto di sarde che lei fa fuori in un attimo. Terminato il pasto compie un piccolo volo per poi posarsi delicatamente sul tetto dell'auto del proprietario del ristorante da dove segue con interesse tutti i movimenti dei commensali. Vedere un gabbiano che cena al ristorante non è certo cosa da tutti i giorni e sono proprio scene come questa che ti aiutano a dimenticare gli stress della vita quotidiana

7° tappa: la settima giornata inizia prestissimo, verso le due e trenta: mi sveglio a causa del rumore di un fuoribordo e di un vociare di persone: intronatissimo esco fuori dalla cabina per capire cosa succede e trovo un anziano signore accompagnato da una ragazzina su un tender attaccato al Mar.Co che sta gesticolando con il sorvegliante notturno del porto; dopo un pò riesco ad afferrare il concetto del discorso, non è stato facile perchè i due occupanti del tender sono tedeschi: in pratica, la loro barca a vela sta andando in secca dall'altra parte dell'isolotto. La richiesta d'aiuto è pressante ma il guardiano non riesce a mettersi in contatto con nessun possibile salvatore. Voi cosa avreste fatto? Io ho messo in moto per vedere se c'era modo di tirarla via da lì. Al salvataggio partecipano anche due ragazzi che stavano pescando sul molo e che fungono da equipaggio. Seguiamo il tender sino a pochi metri dalla bella spiaggia che si trova dall'altro lato dell'isolotto e troviamo una bella vela di 45 piedi (circa 13 metri) che si dondola longitudinalmente appoggiata sul bulbo di deriva; non sarà facile ma se non la portiamo via subito, il problema potrebbe diventare davvero senza soluzione. Attacchiamo una grossa cima sui golfari dello specchio di poppa del Twentyfive e la leghiamo alle bitte prodiere della barca, poi, diamo motore in contemporanea alla vela e dopo vari strattoni riusciamo a tirarla via da quella scomoda posizione. Certo che ormeggiare una grossa barca a vela ad una decina di metri da una spiaggia sabbiosa prima che cali la marea, bisogna essere proprio dei bei volpini. Il distributore apre alle sette e devo fare i bagagli; certo che stanotte si è dormito davvero poco, ma tant'è, non potevo certo lasciare il tedesco nei guai. Causa stanchezza, la tappa di oggi è un poco più corta, un centinaio di miglia con rotta 240° per arrivare a Roquetas del Mar, un bel paesino situato nel sud della Spagna e provvisto di un ottimo porto. E' passato da poco mezzogiorno quando entro nel porto di Roquetas che è proprio come me lo ricordavo; non così il paese che adesso è divenuto una vera città con tanto di passeggiata lungo mare piena zeppa di ristoranti e bar. Uno dei marinai si ricorda del mio passaggio nel 1996 (?) e così anche il nuovo direttore del porto; io ho ricordi molto meno vividi e devo fare i salti mortali per non fare la figura del maleducato. 

8° tappa: stamattina le sartie delle barche a vela sbattono parecchio ma sembra un fenomeno locale dato che vedo diverse barche che si preparano ad uscire; la previsione si rivela azzeccata, infatti, appena passato il promontorio il mare che arriva sulla poppa del Mar.Co è già calato di molto. Il motore gira a 4.200 e la velocità è sui 24/25 nodi quando uno strano sciacquio sul lato di dritta mi annuncia la presenza di un branco di delfini; rallento, tiro fuori la valigia con il materiale fotografico e... i delfini non ci sono più. Comincio a preoccuparmi, non è la prima volta che succede dall'inizio di questo viaggio; che non gli piaccia il suono dello Yamaha? Scherzi a parte non mi era mai successo prima, soprattutto in queste zone, di venire snobbato dai delfini, di solito non mi mollano più; non vorrei che si sentissero insidiati da qualcuno. La navigazione prosegue per un'altra mezz'ora ed eccone degli altri; seguo sempre la stessa procedura ma anche questa volta non mi seguono, anzi, li vedo ricomparire molto più lontani. Voglio chiarire questa situazione e perciò torno lentamente verso di loro; quando sono a poca distanza dal branco, due di loro mi passano accanto velocissimi poi più nulla; con grande pazienza prendo a seguirli senza forzare l'avvicinamento e ogni tanto qualcuno di questi magnifici esemplari viene a farmi un saluto. Si va avanti così per una mezz'ora poi, finalmente, decidono di dare inizio alle loro fantasmagoriche evoluzioni, cosa che mi compensa abbondantemente del tempo perduto. Quella loro sfiducia iniziale però non mi è ancora andata giù del tutto! La navigazione riprende per terminare nel bellissimo porto di Sotogrande che si trova a poche miglia da Gibilterra. All'ingresso del porto sono ormeggiate due enormi barche, una a vela e l'altra a motore, entrambe ben sopra i 30 metri di lunghezza; gli equipaggi che sono intenti a far luccicare i due mostri si fermano per guardare il Twentyfive che entra fiero in questo porto che è stata per molti giorni la base del Destriero prima di dare inizio alla sfida oceanica per accaparrarsi il Nastro Azzurro; ma, anche se ti chiami Agnelli o Aga Khan, l'oceano non fa sconti a nessuno quando non vuole essere conquistato. Quasi dimenticavo, oggi ho incontrato otto branchi di delfini e nessuno di loro si è avvicinato; è davvero strano.

9° tappa: stamattina c'è un bel vento da N.E.; e ti pareva... lascio il porto e mi avvio ad attraversare lo stretto di Gibilterra per la settima volta; poche miglia e sono al cospetto della mitica Rocca; il cielo è parecchio nuvoloso e non promette nulla di buono. Mi fermo tre volte per fare foto e filmati e "stimolare" i Custom inglesi a darmi ancora una volta la caccia; niente da fare, se si arriva dal Mediterraneo la cosa non funziona; pazienza, sarà per la prossima volta. Anche questa volta il mare dello stretto non perdona, infatti, man mano che la rocca diventa più visibile anche il vento da N.E. rinforza tanto che davanti all'imboccatura trovo già un mare piuttosto agitato. Mi infilo il giubbotto imbottito e riparto con un mare ben formato che rifila continue botte sulla poppa del gommone che l'ottima carena riesce a neutralizzare piuttosto bene grazie anche al mini bracket che funge da freno nelle discese più violente. Attraverso così il profondo Golfo di Algeciras con il mare che ribolle come in una pentola ma temo proprio che in atlantico sarà anche peggio. Così è infatti, all'uscita dello stretto il mare arriva quasi di prua piena ed avanzare comincia a diventare piuttosto complicato; tengo il motore a 2.700 giri e la mia velocità è intorno ai 10/11 nodi, nemmeno troppo male visto che cosa mi si sta presentando davanti; spero non duri per molto tempo ma da queste parti non si può mai dire. Circa un miglio avanti a me c'è un grosso "ferro da stiro" che batte bandiera inglese; sarà più di 20 metri ma sembra messo piuttosto male, infatti, sbatte avanti, indietro, di lato tanto che pare un ubriaco che non riesce a trovare il giusto equilibrio; non deve essere piacevole stare là sopra. Anche se può sembrare strano che un gommone da sette metri viaggi con maggior velocità e sicurezza di una grande barca da più di venti metri, in questo frangente è proprio così; le arrivo al fianco, poi la supero; mi volto a guardarla e mi viene da gridare "Stadio di Gibilterra, Italia batte Inghilterra 1 a 0". Non credo ci sia bisogno di commenti a una demenza di questo genere ma, per puro dovere di cronaca, devo dire che la partita termina con Mar.Co Italia che batte Ferro da stiro inglese per 2 a 0 a tavolino, questo perché l'avversario ha voltato la prua e se n'è mestamente tornato indietro. Dopo poco più di un'ora sono al cospetto di Cabo Trafalgar; qui, nell'Ottobre del 1805 si è svolta una delle più importanti battaglie navali della storia: la flotta inglese composta da 27 navi e guidata dal famoso ammiraglio Horatio Nelson attaccò la flotta alleata franco/spagnola al comando dell'ammiraglio Villeneuve e forte di ben 33 navi, distruggendola. Soltanto nove delle navi alleate riuscirono a rientrare a Cadice con la perdita di 4000 uomini, mentre la flotta inglese non perse alcuna nave e lamentò la perdita di soli 500 uomini, tra i quali però lo stesso ammiraglio Nelson. Grazie ad un'onda piuttosto lunga e all'assenza di vento percorro le 34 miglia che mi separano da Rota in meno di due ore e alle 14.30 sono già davanti al distributore mentre per le pratiche d'ormeggio dovrò aspettare sino alle 16.00; per rendere meno noiosa l'attesa decido di fare un salto al chiosco/bar dove mi ricordo che facevano dei boccadillos (panini) eccezionali. Mi avvio verso l'interno del porto e quello che vedo mi procura una stretta al cuore; al posto del bel chiosco di legno ora c'è un'orrenda costruzione in cemento a due piani interamente coperta di pubblicità della Coca Cola che, esteticamente, è un vero pugno in un occhio. Affranto mi siedo ad uno dei tavoli fuori e un attimo dopo... non tutto sembra perduto, infatti, dall'interno si sente un forte vociare che proviene di certo dal tavolo dove i soliti quattro vispi anzianotti giocano a carte; mi alzo per andare a vedere e, almeno due delle facce dei giocatori che stanno strepitando, potrei giurare di ricordarmele. Meno male, è cambiato il contenitore ma, fortunatamente, non la sostanza. 

10° tappa: Lagos perla dell'Algarve dista circa 130 miglia da Rota, Sines piccolo paesino ubicato al centro della costa d'Azul ne dista quasi 200, ma in quest'ultima località ci sono due buoni amici, quindi, punto dritto su Cabo de Sao Vicente e entro in acque portoghesi senza accorgermene. Il mare arriva da poppa, è poco mosso e non è certamente in grado di impensierire il binomio Twentyfive/Yamaha; appena doppiato Cabo S. Vicente un vento sui 25 nodi con conseguente stato del mare mi riportano velocemente alla dura realtà del navigante; è una vera fortuna che la mia rotta coincida con il traverso delle onde, se arrivasse di prua sarebbe decisamente peggio; dopo un po' di tempo mi abituo al ballo e, visto che il gommone si comporta benissimo, lo slalom con le onde diventa persino divertente. Alle 17.00 ora locale, un'ora indietro rispetto alla Spagna, entro nel porto di Sines con il mare che è quasi calmo; il porto è diviso in tre parti, lato sinistro riservato ai pescherecci, lato destro dedicato al diporto, nel mezzo una bellissima spiaggia di sabbia chiarissima; a far da contorno alla bellezza del luogo c'è la cordialità e la simpatia dei due marinai del porto che da anni mi gratificano di un'autentica e spontanea amicizia. Josè, il più anziano è sulla banchina che scruta chi sta arrivando e quando mi riconosce mi saluta a braccia levate; la scena che avviene al momento in cui metto i piedi a terra vale ben più delle 200 miglia che ho fatto per arrivare qui: Josè mi abbraccia poi, rivolto ai tre anziani pescatori che sono con lui pronuncia una frase che in lingua italiana suonerebbe pressappoco così "E' arrivato il nuovo Vasco de Gama". Cosa sareste disposti a fare per sentirvi chiamare così? La sera, cena memorabile in riva alla più bella spiaggia locale, in compagnia del giovane Josè Luis, accompagnato dalla sua signora e dal piccolo Davide arrivato da appena cinque mesi; congratulazioni di tutto cuore alla bella famigliola. 

11° tappa: parto prestissimo perchè se arriva Josè è finita; appena aggirato Cabo Sines punto dritto su Cascais tagliando in un sol colpo il grande golfo di Setubal e quello di Lisbona; non è una navigazione facile perchè il mare è bello formato e arriva quasi dritto sulla prua del gommone. Appena doppiato Cabo Espichel la situazione migliora e posso procedere più spedito, tanto che decido di coprire le 150 miglia e arrivare sino a Figueira da Fox. Tutto procede a meraviglia e alle 15.00 sono a circa nove miglia dalla meta; da questo momento però le cose cominciano a mettersi male: tutto ad un tratto il motore tende a spegnersi, così lo anticipo e lo spengo io. Controllo l'arrivo del carburante ma tutto risulta regolare; allora provo a rimettere in moto e... gli strumenti digitali Yamaha iniziano a lampeggiare, segno inequivocabile che la corrente è insufficiente. Si sarà allentato un morsetto della batteria; così è ma nel tentare di stringerlo mi accorgo che la batteria è rovente; cosa può essere successo? E' successo che il morsetto si è allentato da chissà quanto tempo, con l'alternatore che gli scaricava continuamente una quantità di ampere che la batteria ha sopportato con encomiabile costanza sino al momento in cui non ha raggiunto una temperatura proibitiva e ha dovuto dare forfait. Non sono messo malissimo, sono a circa nove miglia dal porto e non ci dovrebbero essere problemi se non il capire e il farmi capire per VHF in lingua portoghese; chissà se il telefonino... Il campo c'è, soltanto una tacca ma c'è; sono a posto, chiamo l'amico Josè Luis a Sines e gli spiego il problema. Tutto a posto, chiamerà il porto e arriveranno i soccorsi. Dopo pochi minuti mi richiama e mi dice che mi verrà a prendere un certo Tiago ma che per farlo vuole 300 €. Alla faccia dell'onestà, però non ho altre alternative. Non mi posso lamentare troppo, se avessi avuto una batteria del tipo al piombo sarebbe certamente esplosa con tutte le conseguenze del caso. Filo l'ancora e comincio a preparare la cima per il traino; passa la prima ora, poi la seconda; la piccola Bruce taroccata da 2.5 kg tiene splendidamente fermo questo bestione su un fondale di sabbia e con un'onda di almeno un metro che va continuamente a frangere sulla spiaggia; altro che ombrello svedese. Passa anche la terza ora e poi la quarta; mi scoccia importunare nuovamente l'amico di Sines così lascio passare anche la quinta. Adesso sono le otto e mezza e non si vede ancora nessuno; bene, non mi resta che tirare fuori la seconda ancora, sempre lo stesso tipo di Bruce ma da 5.5 kg e prepararmi a passare la notte qui; domani è Sabato e qualcuno passerà certamente, altrimenti mi lascerò filare vicino alla spiaggia e andrò a cercare aiuto a terra. Mentre sono immerso in questi pensieri il cellulare si mette a squillare: è Tiago che vuole sapere con precisione dove mi trovo; sono a nove miglia a sud del porto e a un miglio dalla spiaggia. Dopo una mezz'ora vedo arrivare un motoscafo con quattro persone a bordo; è un Cranchi da 25', ironia della sorte, salvato in Portogallo da una barca italiana. Quando mi sono vicini, sfogo tutta la mia incazzatura gridando che sono degli stronzi, che non si può lasciare una persona in panne per quasi sei ore: e se avessi avuto un problema più grave, se avessi avuto paura. Loro mi ascoltano con gli occhi sbarrati, saprò poi che credevano fossi un pescatore portoghese e che hanno avuto dei problemi a reperire il carburante perchè il distributore del porto è in avaria. Per cercare di ammansirmi mi dicono che hanno portato la benzina, e questo mi fa infuriare ancora di più perchè così mi danno anche dello sprovveduto. Ad un tratto però qualcuno pronuncia la parola magica, abbiamo la batteria; al sentire questa parola mi calmo subito, tiro fuori la chiave da 13 e in un attimo sono pronto a mettere fine ai miei problemi. Ci vogliono soltanto cinque minuti per risentire la splendida voce dello Yamaha; due dei salvatori salgono a bordo con me e si parte in direzione di Figueira da Fox. Durante la navigazione anche il più giovane del gruppo, che sino ad ora era rimasto in silenzio, comincia a chiedermi da dove vengo, perchè sono lì, ecc; parlando il mio nervosismo lentamente si placa e le cose tornano presto alla normalità, tant'è che prima di entrare in porto il giovane Paulo Marques, che è il titolare dell'officina nautica, mi invita a cena. Alle 10.30 siamo seduti alla tavola di un buon ristorante e parliamo come due amici di vecchia data; vengo così a sapere che la nautica è soltanto una piccola parte dell'impero motoristico di Paulo, che è titolare anche di una grande concessionaria di moto Honda e che è stato campione nazionale di Enduro; però... 

12° tappa: la serata con Paulo è terminata soltanto alle tre e stamattina mi sono svegliato alle nove; rimetto a posto la Exide che ho messo in carica ieri sera e che dimostra subito di funzionare benissimo; per precauzione mi terrò anche la batteria che mi ha dato Paulo, non si può mai sapere. Saluto i nuovi amici e parto alla volta di Viana do Castelo, ultima tappa in acque portoghesi. Le 135 miglia non offrono nessuno spunto particolare se non l'incontro con tre branchi di delfini che, come i precedenti, si dimostrano alquanto diffidenti. Entro nell'ufficio del Circolo Nautico di Viana do Castelo per avere un posto d'ormeggio e la simpatica signora della reception dopo qualche difficoltà iniziale mi trova un posto soddisfacente. Mentre compilo la scheda di entrata, arriva un ufficiale dell'antimmigrazione che inizia a farmi le solite domande; convinto di aver trovato un altro che vuole riempire dei moduli, le mie risposte diventano meccaniche ma, probabilmente, i miei pensieri trasparivano così bene che l'ufficiale si affretta a spiegarmi che le domande non riguardano il suo lavoro di addetto all'immigrazione clandestina ma la sua passione per il mare e la navigazione. A questo punto non posso fare a meno d'invitare Mario, questo è il suo nome, a bordo del gommone. L'entusiasmo del nuovo amico per la mia avventura risulta evidente tanto che, dopo l'aperitivo, mi accompagna anche a cena. Sembra impossibile che due persone che non si sono mai viste prima e che non parlano neppure la stessa lingua, si possano raccontare la loro vita nel breve spazio di una serata; eppure è proprio questo che succede con questo ispettore trentasettenne che mi istruisce anche sui reconditii segreti dei modi di cuocere il Bacalao; una vera rivelazione, al pari della cena che è dedicata interamente alla squisitezza proprio del Bacalao. 

13° tappa: ancora incredulo e riconoscente al destino per l'incontro di ieri, prendo il mare alla volta di La Coruna, che sarà il trampolino di lancio per la traversata del temibile golfo di Biscaglia. D'ora in avanti sarà autentica scoperta poiché non sono mai arrivato così a nord; passo in successione capo Finisterre, il lembo d'Europa più interno all'Atlantico, poi capo Villano che è tutto un susseguirsi di splendide ma pericolosissime insenature. L'altissima torre di un'enorme raffineria mi dice che sono ormai vicinissimo a La Coruna, ma per trovare la giusta via d'ingresso al porto mi devo servire come sempre del Navman e delle precisissime carte elettroniche della C-Map che da ora in poi si dimostreranno di vitale importanza. La città sarebbe molto bella se non fosse sovrastata da un'immensa raffineria e da molti altri insediamenti industriali ad essa collegati; un vero peccato. Prima di sera mi reco alla grande torre di controllo del porto per consultare il meteo e scopro che la Capitaneria è stata commissariata dal Governo spagnolo in seguito all'incidente della petroliera Prestige; il meteo non è rassicurante ma dopodomani le cose dovrebbero migliorare. Mi prendo un giorno di riposo nel quale faccio un super pieno di carburante, un minuzioso controllo di tutti gli apparati di bordo ed il bucato; durante gli acquisti per la cambusa compro anche una bottiglia di Rhum da usarsi come antidepressivo; visto che domani mi aspetta un'impresa decisamente temeraria e non posso certo sapere come andrà a finire. 

Giovedì 5 Agosto 14° tappa: sono le 05.30, ho scritto la data per intero perchè questa traversata, comunque vada, sarà un avvenimento da ricordare visto che questo lunghissimo tratto di mare non è solito fare sconti a nessuno, prova ne sia la decimazione degli avveniristici trimarani avvenuta durante l'ultima Route du Rhum che si è svolta nel novembre scorso e durante la quale anche il nostro bravissimo Giovanni Soldini ha dovuto dare forfait. Esco dal porto in compagnia di un paio di pescherecci che però mi lasciano quasi subito visto che puntano verso ovest, mentre la mia rotta è sui 145°; il mare è poco mosso e non mi pone problemi particolari se non lo sforzo di scrutare nel buio per evitare le solite boe delle postazioni di pesca. Verso le 06.30 il sole comincia a far capolino sulla prua del Mar.Co ed è veramente uno spettacolo grandioso; con la luce si riduce anche il pericolo di urti e di sempre pericolosi avviluppi del piede del motore da parte di borse di nylon e cordami vari. Tutto sembra procedere per il meglio ma non ho ancora incontrato anima viva; mi sembra strano perché al fondo di questo immenso golfo si trovano i porti francesi dai quali prendono il via le più importanti regate veliche del mondo, porti famosissimi come les Sables d'Olonne e la Rochelle; non che mi aspettassi un gran via vai, però, non vedere una sola vela al largo è motivo di grande delusione proprio per le tanto decantate qualità nautiche dei velisti che praticano queste zone. Sono da poco passate le dieci e ho percorso le prime 100 miglia; una decina di metri sulla dritta scorgo un grosso bidone blu che galleggia quasi a pelo d'acqua; non l'avrei urtato nemmeno se non l'avessi visto, però ci sono passato molto vicino, anzi, troppo. Il mare non è cambiato molto e tutto continua ad andare per il giusto verso; non ho il tempo di finire questa riflessione che il motore comincia a perdere colpi; niente paura, è soltanto finita la benzina del serbatoio ausiliario; apro il gavone, ruoto il rubinetto a due vie e rimetto in moto; tutto O.K. La velocità si mantiene intorno ai 24/25 nodi e i consumi sono di poco sopra ai 30 litri l'ora, tutto come da copione; un'ora dopo brevissima fermata per bisogni e per bere, il tutto con il motore rigorosamente in moto, non si sa mai. E' passata l'una ed è passata abbondantemente anche metà della distanza che devo coprire; tutto sembra regolare e così faccio un'altra breve sosta per riempire lo stomaco e travasare le due taniche da 20 litri che ho riempito per sicurezza; la media è costante sia per quanto concerne la velocità, sia per i consumi. Intorno alle 15.00 si alza un venticello piuttosto fresco che mi offre sollievo dalla calura ma che mi mette un pò d'apprensione vista la sua provenienza da N.W, come a dire Mistral, speriamo sia soltanto un fenomeno locale. Purtroppo non è così, infatti, un poco alla volta aumenta sino a raggiungere i 25 nodi creando un mare con onda rotta che mette a dura prova sia il Twentyfive che il sottoscritto. Il vero problema è che devo tenere una media di almeno 20 nodi altrimenti rischio di arrivare a Lorient con il buio e, un atterraggio notturno in quella zona piena di scogli affioranti non è certo il massimo delle mie aspirazioni. Alle 19.00 le informazioni del Navman mi dicono che sono una decina di miglia al traverso della Belle-Ile ma c'è molta foschia e non mi riesce di vedere nulla; sinora il GPS si è rivelato molto preciso e spero che non mi tradisca proprio oggi; l'Isola Bella non la vedrò mai a causa della foschia ma, un'ora dopo, sulla sinistra comincio ad intravedere l'Ile de Groix che mi dice che sono ormai a poche miglia dalla meta. L'impresa si conclude definitivamente con l'ormeggio nel porto di Lorient; sono le 20.30 precise e, al pari del Mar.Co e dello Yamaha, siamo ormai nella leggenda; beh, magari anche un pò meno, comunque sia, oggi qualcosa di buono l'abbiamo combinato. 

15° tappa: ancora ebbro di soddisfazione per la traversata di ieri, dormo sino alle otto, poi vado a fare carburante; amara sorpresa, i 250 litri che entrano nei serbatoi mi costano qualcosa come 325 euro, come a dire 2.517 vecchie lire al litro. Tracolli finanziari a parte, esco dal porto seguendo le tantissime boe di segnalazione posizionate per evitare di andare a finire sui numerosissimi scogli che fanno capolino da ogni dove; appena arrivato in acque libere, viro di 90° e metto la prua sulle Iles de Glenan, ovvero, la sede della famosissima scuola velica dei Glenan's. Non mi fosse mai venuto in mente, per uscire da questo labirinto di isole, isolette, scogli e scoglietti, devo compiere un giro larghissimo; vi chiederete perché non sono passato al largo da tutto ciò; ebbene lo confesso, è stato per poter dire a certi amici velisti che "io ci sono arrivato in gommone". La navigazione prosegue sempre verso nord e passo in successione Punta de Penmarch e Punta du Raz; non andrò a Brest perchè come tappa è troppo vicina, ma taglierò il golfo e continuerò almeno sino a Portsail. Alle 15.00 sono davanti al faro di St. Mathieu; è uno spettacolo veramente da mozzafiato, faro e torretta di controllo sono posizionati sulla scogliera e vicinissimi ai resti di una chiesa antichissima; che la località sia di particolare interesse lo si capisce dai numerosi turisti che si aggirano nei dintorni. Riparto mentre una densa foschia circonda il gommone, cancellando tutto e tutti; bastano pochi minuti perché la nebbia diventi fittissima, concedendomi una visibilità che non va oltre i cinquanta metri; è davvero un bel casino, non riesco a vedere niente, a questo punto non mi resta che zoomare la C-Map al massimo, scala da 1 miglio, e avanzare ad una velocità di 7-8 nodi, con la speranza che le cose migliorino presto. Non sarà così, la nebbia continua a mantenersi molto fitta e mi auguro solo di non fare brutti incontri, e per brutti incontri intendo qualche nave o qualche grosso peschereccio che tenga una rotta contraria alla mia. Continuo così per circa un'ora, con l'incubo continuo di andare a finire su qualche scoglio, quando sento tre cupi suoni in successione che mi fanno accapponare la pelle! Sono inequivocabilmente i suoni di una tromba da nebbia; se è una nave, sono fregato! Dopo pochi secondi li risento ma questa volta sono soltanto due. Non so se vi è mai capitato di sentire un suono di questo tipo ma vi garantisco che è molto ben imitato nei film del terrore; la fifa è tanta, talmente tanta che non mi permette di ragionare che una nave su questi bassi fondali sarebbe spacciata da una vita. Poco dopo arrivano altri tre suoni, sempre seguiti da altri due, questa volta ancora più nitidi. Con un barlume di ripresa di coscienza riesco a pensare a quanto sopra, con l'aggiunta che pochi umani potrebbero tenere una cadenza di suoni così precisa; un rapido consulto al GPS ed il mistero e la paura calano di colpo; sulla mia dritta c'è un faro che, oltre ai consueti lampi luminosi, che non sono certo in grado di vedere, emette anche questi angoscianti ma utilissimi richiami sonori. Tutto O.K., ma questo suono turberà i miei sonni per parecchie notti.

Sarebbe troppo lungo e complesso cercare di descrivere il mio stato d'animo quando giungo in vista della grande baia di Portsail, quindi passerò oltre e per oltre c'è il fatto che le molte barche presenti sono tutte all'ancora, vista l'assoluta assenza di banchine. Chiedo al proprietario di una piccola vela dove posso sistemarmi e questi mi risponde "dove vuole purché ad una distanza di una dozzina di metri dalle altre imbarcazioni". Il problema è che per scendere a terra dovrò bagnarmi e l'acqua è freddissima; pazienza. Trovato uno spazio non troppo lontano dalla spiaggia, filo l'ancora e mi preparo a lasciare il gommone; pochi attimi e sento un colpo provenire da poppa; l'impressione è che il motore abbia toccato sul fondo. Colpo di trim e...un minuto dopo succede nuovamente; altro colpo di trim, ma che il livello dell'acqua stia scendendo si vede ormai ad occhio; mi guardo intorno e soltanto adesso riesco a capire: tutta questa parte della baia è destinata ad andare in secca. Poco più tardi mi accorgerò che l'intera baia, per una profondità di almeno tre miglia, rimane senza una goccia d'acqua. Sapevo delle maree ma pensavo che soltanto nel grande golfo di Granville e Mont St. Michel si arrivasse alla secca completa; evidentemente succede anche da queste parti. Una breve chiaccherata con il velista e vengo a sapere che il minimo di marea di oggi è alle ore 19.41 e quello di domattina è alle 08.21; questo mi dice che domani non potrò ripartire prima delle 10.00-10.30. La vista del Twentyfive in secca è un fatto assolutamente imprevisto e, oltre alle foto, approfitto per fare carena. A questo punto, con una lunga camminata vado in paese per fare cambusa, visto che stasera, causa marea, non potrò andare al ristorante. Baguette, prosciutto, formaggio, marmellata e pesche saranno il menu della serata, per il resto si vedrà. Sono passate da poco le otto e sono nella cabina, che è poggiata sul fondo e inclinata di almeno 25°, a scrivere questi appunti quando sento uno strano sciacquio provenire dal fondo del battello; esco fuori dalla cabina e vedo il mare che corre contro la carena; è uno spettacolo davvero unico; dopo qualche minuto rientro e mi godo dall'interno tutte le fasi del raddrizzamento del gommone, sino al suo completo galleggiamento. Fantastico!

 

16° tappa: la giornata inizia prestissimo e precisamente alle 04.30 quando vado in secca per la seconda volta; visto che ieri ho fatto carena da un lato, stamattina voglio farla dall'altra parte, così, mentre sono in bilico sul fondo, con una poderosa spallata inclino il gommone nell'altro senso, poi ritorno a dormire. Molto più tardi, armato di spazzola e spugna, termino le operazioni di pulizia; adesso non mi resta che aspettare il ritorno dell'acqua per poter ripartire. Vista l'ora tarda di partenza, il problema della marea pomeridiana e la necessità di fare carburante, la tappa di oggi terminerà a Perros Guirec, uno dei pochi porti che sono dotati di distributore in banchina. Nebbia anche oggi e conseguente navigazione a velocità ridotta sino al fondo della profonda baia dove è ubicato il porto di Perros Guirec. La grande rada che si trova appena fuori dal porto è letteralmente piena di barche all'ancora, tanto che mi viene il dubbio di dover passare un'altra notte in secca ma, fortunatamente non è così, infatti, appena aggirata la punta mi appare il porto con tanto di chiusa d'ingresso. Passo la chiusa che è aperta, faccio il pieno e trovo un comodo ormeggio ai pontili galleggianti, dopodichè vado in Capitaneria per regolarizzare il mio arrivo; tutto sarebbe perfetto se non saltasse fuori un piccolo problema; causa marea, la chiusa domani resterà aperta con il seguente orario: dalle ore 02.20 alle 03.50 e dalle ore 14.55 alle 16.30; proprio un bel casino. Partire nel pomeriggio non è pensabile perchè, con la marea che scende... non avrei tempo di fare molte miglia. Telefono a casa per farmi dare una sveglia telefonica verso le tre e un quarto, poi faccio una passeggiata sul lungo molo che presenta la parte sottostante già completamente asciutta; voglio fissarmi bene in mente tutti i particolari perché al buio e con la nebbia, uscire di qua non sarà certo impresa facile. Il paese è davvero bello e pieno di turisti, molti dei quali viaggiano a bordo di camper; causa quanto sopra diventa una vera impresa trovare un posto in uno dei piccoli ristoranti allineati sul porto; alla fine riesco ad accasarmi in una Moulerie/Creperie; purtroppo niente soupe de poisson, ma le razioni di moules sono davvero da primato: 900 grammi a porzione, c'è davvero di che abbuffarsi.

 

17° tappa: puntuale, alle tre e un quarto mia moglie fa suonare il telefono; c'è molta umidità e fa un gran freddo. Ma chi me l'ha fatto... Come da facile previsione c'è anche una fitta nebbia e risalire la baia con tutte quelle barche alla fonda senza luci... Quando sono quasi in cima alla lunga fila delle barche all'ancora, davanti alla prua del Mar.Co appare una luce verde; nessun problema, verde al verde, avanza pur che la nave non si perde; il fatto preoccupante è che sotto al verde c'è una luce bianca tremolante. Che razza di luci useranno in Normandia? Poco dopo, sulla mia dritta, sfila lentamente una grossa vela che sta tentando di entrare in porto; la luce bianca tremolante altro non è se non un membro dell'equipaggio che, armato di pila, sta tentando di bucare nebbia ed oscurità. Ci vuole più di un'ora e mezza a 5-6 nodi per arrivare in acque libere, poi giù la manetta e via verso la Senna. Il mare è buono, attraverso il canale formato da Jersey e Guersney, le due isole britanniche situate al centro del grande golfo che porta a Cherbourg poi, con un altro lungo bordo punto dritto sul grande porto di Le Havre dove arrivo dopo una navigazione di quasi 200 miglia. Espletate le formalità portuali mi reco all'ufficio del V.N.F. (Voies Navigables de France) per pagare il ticket per la navigazione sulla Senna; è venerdì e l'ufficio chiude alle quattro pomeridiane, in questo momento sono le quattro e un quarto; bella sfiga eh. Il problema è che gli uffici restano chiusi sino al Lunedì. Non ho tempo né voglia di aspettare due giorni, per fortuna il tratto sino a Rouen è privo di chiuse ed è considerato come Senna marittima, pertanto non servono permessi e balzelli vari; bene, domani farò tappa a Rouen e aspetterò l'arrivo dell'amico Carmelo.

15° tappa; alle 08.30 faccio il mio ingresso ufficiale nelle acque della Senna; la corrente contraria è forte e le barche a vela devono aspettare ancora qualche ora prima di poter risalire il fiume; vista la quantità di cavalleria fornita dallo Yamaha non è certo il mio caso. Incrocio una nave, poi più nessuno per parecchie miglia; navigo a 24/25 nodi e rallento soltanto quando sono in vicinanza dei centri abitati o di barche all'ormeggio; il grande fiume francese presenta un andamento particolarmente sinuoso e le miglia da percorrere sono almeno il triplo del percorso in linea d'aria. Arrivo alla periferia di Rouen dopo aver costeggiato un numero impressionante di insediamenti industriali, tutti dislocati sul lato destro del fiume; dall'altra parte sorgono invece deliziosi paesini con le casette bianchissime e con i tetti a punta; un contrasto davvero stridente. Una piccola ricognizione mi consente di trovare un buon ormeggio sul lato sinistro dell'isola di Lacroix, un posto ottimale per aspettare l'arrivo del vice presidente della Sea Adventure che, munito di furgone e carrello, mi riporterà a casa da Parigi. In netto anticipo sulla tabella di marcia, l'amico Carmelo arriva il giorno stesso e possiamo così dedicare l'intera giornata di Domenica per mettere a punto l'ultima tappa, quella che comprende l'arrivo a Parigi.

 

16° tappa: entro nell'ufficio del V.N.F. e pago l'obolo di € 33,00 che ci consentiranno di navigare sino a Parigi; lasciamo l'ormeggio dove carrello e furgone resteranno al sicuro sino al nostro ritorno e partiamo verso la meta finale; la navigazione si svolge in condizioni di caldo davvero eccezionali tanto che, per evitare il contatto diretto con l'aria caldissima, dobbiamo cercare riparo dietro alla consolle. La prima chiusa è anche la più spettacolare visto che il dislivello da superare è di circa 9 metri, poi seguono le altre cinque, la cui ultima delle è situata all'interno della città; proprio nel passaggio di quest'ultimo bacino troviamo le maggiori difficoltà visto che restiamo chiusi all'interno per quasi un'ora senza che l'acqua si alzi per farci passare dall'altra parte. Ma anche questo intoppo è presto dimenticato, infatti, pochi minuti dopo arriviamo sotto alla mitica Tour Eiffel! E' l'apoteosi, dopo la soddisfazione di Biscaglia, adesso l'impresa è davvero compiuta. Terminate le foto di rito, cerchiamo di entrare a Port Arsenal per passare la notte; l'ingresso del porto è gestito da una piccola chiusa che chiude alle 20.00 e... sono già le 20.15; che fare? Dall'altro lato del fiume c'è la sede della Brigada Fluvial, la Polizia del fiume e da questi simpaticissimi militari troviamo non solo un ormeggio sicuro ma anche ospitalità e una grandissima dose d'amicizia. Avventura e amicizia, cosa mai si può chiedere di più alla vita!

Le tappe

Golfo di Baratti - Solenzara 80 miglia
Solenzara - Cannigione 40 miglia 
Cannigione - Alghero 110 miglia 
Alghero - Porto Mahon 197 miglia 
Porto Mahon - Formentera 165 miglia
Formentera – Mazarron 160 miglia
Mazarron – Roquetas del Mar 115 miglia
Roquetas – Sotogrande 145 miglia
Sotogrande – Puerto de Rota 95 miglia
Puerto de Rota – Sines 200 miglia
Sines – Figueira da Fox 170 miglia
Figueira – Viana do Castelo 135 miglia
Viana – La Coruna 165 miglia
La Coruna - Lorient 330 miglia
Lorient – Port Sail 110 miglia
Port Sail – Perros Guirec 80 miglia
Perros Guirec – Le Havre 190 miglia
Le Havre – Rouen 90 miglia
Rouen – Paris 120 miglia.

I numeri del raid

Distanza percorsa: 2.697 miglia (4.994 km)
Giorni di navigazione effettiva: 19
Ore di navigazione: 152
Consumo totale: 4.680 litri
Consumo orario: 30.8 lt/h
Velocità media: 17.8 nodi

I protagonisti del raid

Il gommone

Il Mar.Co Twentyfive utilizzato per questo raid è il primo modello con cabina prodiera prodotto dalla Mar.Co; la carena rispecchia fedelmente i modelli Twentyfive mentre la coperta presenta un inedito accoppiamento tra la coperta del Work XS ed una cabina prodiera realizzata in modo non strutturale, ma soltanto incollata sulla parte superiore del tubolare. La vetroresina si è dimostrata robusta ed esente da crepe o ragni anche dopo 2.700 miglia di navigazione particolarmente impegnativa. L’unico danno rilevato è stata una strisciatura sul fondo di carena causata dall’urto subito nella seconda giornata di navigazione. La parte gommata realizzata con tessuto da 1670 D.tex serie Orca della Pennel Industries non ha evidenziato alcun tipo di deterioramento o scoloritura, neppure dove sono stati applicati gli adesivi degli sponsor; l’unico intervento di ripristino della pressione dei tubolari è avvenuto in Normandia a causa della bassissima temperatura esterna; tale intervento ha dovuto essere compensato con un parziale sgonfiaggio dei tubolari quando la temperatura esterna è ritornata alla normalità. Ottima la capacità di stivaggio dei gavoni che, oltre al serbatoio supplementare del carburante da 150 lt. e a quello dell’acqua da 80, ha saputo contenere tutte le dotazioni di navigazione e l’intera ricambistica di rispetto. Buona la seduta di guida che si è dimostrata adatta ad ogni esigenza di guida, sia in piedi che appoggiati o seduti. Buon navigatore a tutte le andature, il Twentyfive eccelle nella navigazione con mare formato da prua, dove altri gommoni hanno il loro tallone d’Achille; la buona la manovrabilità è messa ancor più in risalto dall’ottima timoneria idraulica Sea Star della Teleflex. Di grande efficacia il sistema autosvuotante statico che si avvale di grandi ombrinali collegati a saracinesche d’intercettazione; l’impianto del carburante, comprensivo del grosso filtro di decantazione Racor, si è rivelato affidabile e comodo nello scambio dei due serbatoi da utilizzare. Buono il passaggio sui corridoi laterali verso prua e ben posizionati i tientibene in acciaio inox, anche se il cantiere dovrà migliorarne l’estetica. Non ho voluto il salpa ancore elettrico perchè, su un gommone di questa misura, lo ritengo superfluo e pericoloso per la batteria; abbastanza confortevole la cabina anche se non c’era possibilità di stare in piedi perché il piano di coperta è rimasto quello della versione aperta; ci ho dormito per tutta la durata del raid e non ho rilevato alcun problema di condensa; la larghezza risulta ottimale per due persone ma con un pò di spirito di sacrificio, si può convivere anche in tre.

Il motore

E’ davvero difficile trovare gli aggettivi giusti per descrivere questo autentico gioiello a marchio Yamaha; in venti giorni di utilizzo è stato in moto per oltre 150 ore, coprendo più di 2.700 miglia, consumando davvero poco e senza necessitare di alcun intervento di manutenzione o rabbocco d’olio; inoltre, è stati in moto più di 15 ore consecutive senza palesare il minimo inconveniente. Silenziosissimo al minimo e sino ai medi regimi, evidenzia un rumore più che contenuto anche quando deve sprizzare tutti i suoi 225 hp; alla fine del raid, l’interno del motore si presentava asciutto ed esente da polvere salina, segno questo dell’ottima protezione all’acqua e all’umidità offerta dalla perfetta chiusura della calandra. L’elica Ballistic in acciaio da 19” montata sullo Yamaha ha offerto un buon compromesso tra rapidità di planata, consumi e velocità. 

Il GPS

Utilizzato la prima volta nel raid invernale Savona – Punta Ala, il nuovo Navman 5500 I ha inizialmente evidenziato una problematica che, a tratti, ne faceva sparire l’immagine; il problema è poi sparito quando è stato alimentato direttamente dalla batteria. La causa, probabilmente, è da imputarsi ad un’incompatibilità con il pannello elettronico delle utenze; risolto il problema è tornato a funzionare alla perfezione dimostrando una grande affidabilità che ha reso inutile l’uso del modello di rispetto. La visibilità dello schermo è ottima anche in piena luce e appare ben leggibile anche in caso di luce riflessa; non rapidissimo nella prima acquisizione dei dati, trova la sua arma migliore nella facilità di utilizzo che è davvero a prova di “Idiot Proof”. L’uso è davvero intuitivo, basta infatti spostare il cursore sulla meta per ottenere immediatamente sia la distanza che la rotta vera.

Le carte elettroniche

La nuova carte elettroniche C-Map sono dettagliatissime e di facile lettura; anche durante questa lunga navigazione non ho riscontrato alcun errore o mancanza di dati, anzi, durante la navigazione nelle pericolosissime acque della Normandia ho potuto navigare in sicurezza soltanto grazie alla notevole precisione di queste carte. Ottima anche la possibilità di lettura delle maree, caratteristica praticamente obbligatoria per la navigazione nelle pericolosissime acque della Manica. 

La strumentazione

Tutti gli strumenti di bordo, ad eccezione dei due digitali Yamaha, sono stati forniti dalla Osculati s.p.a.; gli strumenti, all’infuori dell’orologio che ha manifestato problemi nella penultima tappa, hanno funzionato in modo ineccepibile, segnando correttamente i consumi, il voltaggio dell’impianto elettrico, la carica delle batterie ed i tempi di percorrenza.

La batteria

Un motore, una batteria; da sempre sostenitore delle batterie a ricombinazione di gas, anche questa volta ho montato una Maxxima 900 della Exide. Eccezionali le prestazioni elettriche, così come sono eccezionali le possibilità d’installazione, vista la possibilità di essere montata in qualsiasi posizione, anche capovolte. Di notevole praticità i doppi attacchi delle polarità, che ne consentono ogni tipo d’allacciamento. Nonostante la durissima prova dovuta all’allentamento del morsetto e all’altissima temperatura raggiunta, si è ricaricata velocemente e ha saputo portare felicemente a termine il raid. 

La Timoneria

La timoneria idraulica Sea Star si è dimostrata, come sempre, affidabile e sicura; ha gestito lo Yamaha 225 mantenendo sempre il giusto sforzo sul volante e non richiedendo rabbocchi o manutenzioni particolari. Al termine del raid sia la pompa che il cilindro attuatore non hanno evidenziato perdite d’olio o problemi di scorrimento. 

La bussola

La bussola utilizzata in questo Paris2003Raid è stata l’Offshore 135 della francese Plastimo; questo modello presenta la lettura diretta della rosa, ideale per il montaggio in posizione elevata. La Offshore 135 ha mostrato grande facilità di lettura ed un ottimo smorzamento dell’equipaggio mobile. In navigazione mi sono sempre servito della bussola per il mantenimento della rotta, anche durante le traversate più lunghe e impegnative quale l’attraversamento del golfo di Biscaglia, e l’errore finale è risultato sempre al di sotto dei 5°. Ottima anche l’illuminazione che non arreca fastidio agli occhi durante la navigazione notturna.

Sea Adventure ringrazia: Mar.Co Marine, Yamaha (Belgarda), Nautinox, Plastimo, Nuova Rade, R.S.A. Satellite, l'Amministrazione Comunale e l'Enoteca Regionale di Acqui Terme, VE.CO s.r.l., Ferchim s.r.l., Industrial Service s.r.l.

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