Sea Adventure associazione gommonautica sportiva dilettantistica
affiliata al C.S.I. (Centro Sportivo Italiano)

Raid Suez 2002

Mai più! La categorica affermazione di cui sopra non si riferisce al mio addio alle avventure in mare ma riguarda soltanto l'impossibilità di utilizzare un battello non ancora presente sul mercato, questo a causa degli incontrollabili ritardi nei tempi di costruzione che questo stato di cose comporta e che ha fatto slittare di oltre un mese la partenza del raid. Il partire in stagione così avanzata riduce drasticamente i margini di tempo utilizzabili per far fronte agli immancabili imprevisti che puntualmente capitano durante un viaggio così impegnativo; un urto fortuito, un'avaria ai motori o la snervante lunghezza delle pratiche burocratiche in un Paese come l'Egitto, sono sempre in agguato. Dato fondo alle recriminazioni possiamo iniziare il racconto di questa nuova e affascinante avventura: tutto prende avvio da una chiaccherata tra il sottoscritto e i responsabili del cantiere Nuova Jolly (Antonio e Teo Aiello), avvenuta durante il Salone di Genova dello scorso anno; loro ambivano a realizzare un gommone di nuova concezione, io ero alla ricerca di un battello con cui arrivare sino a Suez. Non sono state necessarie molte parole per giungere ad una proficua intesa ed in questo modo prende avvio la nuova avventura alla quale è dato il nome di Suez2002Raid. Dopo il gommone, il King 750 nell'inedita versione Cabin, occorreva trovare un motore, anzi due; per la verità non sono mai stato un accanito sostenitore della doppia motorizzazione ma l'occasione di testare su lunga distanza il nuovo e leggerissimo Suzuki DF 140 a 4 tempi da 140 hp era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire quindi, visto che non era pensabile di spingere il "mostro" con soli 140 hp, ho preso la sana decisione di montarne due; d'altro canto quale miglior occasione per sviscerare i pro e i contro della doppia motorizzazione. Ben presto a quest'allegra compagnia d'avventurosi si aggiungono alcune note aziende del settore nautico quali Pennel Industries, Ultraflex, Osculati, C-Map, SI.MA.CAR, Nuova Rade, Exide e la Poker dei fratelli Messinese, che contribuiscono a completare il fabbisogno tecnico e strumentale dell'operazione. Finalmente il 18 Luglio, caricato il King sul robustissimo carrello 1800 SMO della SI.MA.CAR ed agganciato quest'ultimo al Suzuki Grand Vitara 2.0 TD, partiamo alla volta del lago di Como per una brevissima prova in acqua. Purtroppo per un banale errore sono stati montati due filtri adatti al gasolio, così la prova serve solo per una piccola correzione all'angolo direzionale dei motori; poi non c'è davvero più tempo per altro. Nella tarda serata, terminati gli ultimi preparativi, agganciamo il pesante fardello e partiamo per Latina dove, complici i fratelli Citrone della Cicar Nautica, avverrà la prima presentazione in pubblico del King 750 Cabin. Teo e Vito si alternano alla guida ed il viaggio prosegue spedito grazie alle ottime doti di tiro della motrice e alla robustezza del carrello in sette ore arriviamo a Latina senza lamentare alcun inconveniente. La presentazione avviene nel capannone della Cicar Nautica, alla presenza di un folto pubblico di gommonauti che si dimostrano subito entusiasti, sia dell'imbarcazione, sia del grandioso rinfresco gastronomico offerto dai simpaticissimi membri della famiglia Citrone, che voglio ringraziare subito per la magnifica torta augurale su cui troneggiava un beneaugurante " in c..0 alla balena Giovanni".

Domenica 21 Luglio: variamo il King nelle acque del fiume Sisto direttamente dal carrello, poi andiamo a fare rifornimento; 560 € non sono certo un bel modo di iniziare la giornata ma tant'è, mi ci dovrò abituare. Alle 10.00 saluto l'allegra compagnia di gommonauti che mi hanno accompagnato per qualche miglio e, che il raid abbia inizio. La meta odierna è Castellammare di Stabia che dista appena 75 miglia e che mi premetterà di prendere confidenza con il King ed i Suzuki e, soprattutto, di fare i primi rilevamenti reali su velocità e consumi. Dopo due ore di navigazione sono davanti al canale di Procida; c'è un via vai di barche davvero impressionante che crea un moto ondoso decisamente fastidioso. Le strutture di Porto Salvo sono ottime come sempre, al pari della cordiale accoglienza del signor Raffaele e del simpatico Capocchione; a sera lauta cena con gli amici Enzo e Lello, durante cui si discute, guarda caso, di gommoni. 

2° tappa: oggi si comincia a fare sul serio visto che voglio arrivare sino a Reggio Calabria e che le miglia da percorrere sono 175; alle 7.30 sono già fuori dal porto, il mare è buono e allora giù le manette e via verso lo stretto. Ho impostato una rotta diretta sino a Reggio e dopo circa quattro ore di navigazione mi trovo un paio di miglia al traverso di Vulcano; ad un tratto scorgo qualcosa che galleggia nell'acqua, incuriosito viro a dritta e mi avvicino; si tratta di un grosso parabordo perduto da qualche yacht. Tutto contento lo tiro a bordo e riprendo la navigazione; passa soltanto mezz'ora e ricevo il primo saluto della giornata da un branco di delfini; ne seguiranno altri tre che serviranno ad alleviare la monotonia della giornata. Alle 15.30 entro nel porto di Reggio e vado subito a far carburante; questo mi consentirà di valutare con precisioni quali sono i consumi reali dei due Suzuki, e di essere pronto per la lunghissima tappa di domani, di oltre 300 miglia, che mi porterà a Pilos, perla del Peloponneso. L'accoglienza da parte dei ragazzi della compagnia portuale T. Gulli è cordialissima, sono già stato qui in occasione del raid Giubileo 2000, così vengo gratificato di un ottimo posto d'ormeggio. Mentre sono intento alla pulizia del battello mi telefona Teo per avvisarmi che domani sera ci sarà il secondo collegamento con RTL 102.5; speriamo che domani accada qualcosa d'interessante da dire in radio. Rimuginando per trovare qualcosa d'interessante da raccontare si accende la mitica "lampadina" e... sì, mi serve subito un pennarello! Dove cercare se non in casa di un amico? Entro da Nuovo Mare, il fornitissimo negozio nautico dell'amico Arturo Attinà che, stupito al pari della moglie, dopo i saluti mi fornisce non solo il pennarello ma anche un rotolo di nastro isolante che mi sono scordato di portare. Dite la verità, siete curiosi di sapere cosa voglio fare con il pennarello? La stessa cosa succederà al D.J Francesco Perilli di RTL; mi scuso, ma per sapere dovete pazientare ancora un poco.

3° tappa: non ho coperto gli oblò per svegliarmi presto e così, alle 6.30, i motori sono già in moto; mi dispiace per l'amico Arturo che voleva fare colazione con me, ma la tappa di oggi è tiratissima e non voglio sprecare nemmeno un minuto di luce. Attraverso lo stretto poi tiro una linea retta sul Tracker sino a Pilos e porto i motori a 4.800 che, con le eliche da 18", fanno viaggiare il King ad una velocità di circa 24 nodi; il passo delle eliche è troppo corto ed influisce negativamente sulla velocità e sui consumi, ma non c'è stato il tempo di provare altro, quindi, è inutile star qui a lamentarsi. Passato Capo Spartivento il mare inizia ad alzarsi sulla prua del gommone ma senza destare particolari preoccupazioni; molta più preoccupazione desta invece l'accensione della spia dell'olio nel motore di sinistra che avviene poco tempo dopo; possibile che Franco (Aiello) non abbia controllato il livello dell'olio? No, non credo proprio e, giacché l'allarme sonoro non si inserisce, proseguo così. Dopo una ventina di minuti si accende anche la spia dell'altro Suzuki e, a questo punto, non posso più ignorare l'avvertimento; con un pò di difficoltà a causa dal moto ondoso, smonto entrambe le calandre e controllo i livelli dell'olio di entrambi i motori; tutto a posto come previsto, ma allora perchè si sono accese le spie? Grazie al modernissimo telefono satellitare della Thuraya di cui sono dotato chiamo Franco in cantiere e gli spiego la cosa; lui medita un poco e poi mi chiede quante ore di moto ho totalizzato: quasi 21 è la risposta. "Niente di grave, è soltanto l'avvertimento per l'esecuzione del primo tagliando". Tranquillizzato dalla diagnosi riprendo la navigazione, per il tagliando c'è sicuramente tempo. Sono passate da poco le nove quando il contanodi smette di funzionare; avrò preso qualche cosa nel piede; non è così, apro la cabina per controllare il tubicino di collegamento e scopro che si è sfilato dallo strumento; meno male che me ne sono accorto subito perchè stava allegramente pompando acqua di mare all'interno, con la bella prospettiva di dover dormire su un materasso ad acqua. Una piccola fascetta di plastica e tutto si risolve rapidamente per il meglio. Poco prima di mezzogiorno si esaurisce il serbatoio poppiero e inserisco quello principale; non funziona, le elettrovalvole si inseriscono ma il carburante non arriva; le bypasso tramite gli appositi rubinetti e, finalmente, posso riprendere la navigazione; i problemi solitamente arrivano nei primi giorni e tutti assieme, speriamo proprio di aver finito per oggi. Non è proprio così perchè il mare sale ancora sulla prua del King e mi costringe a ridurre la velocità prima a 17 nodi, poi a 14; così non va, devo trovare una soluzione altrimenti a Pilos ci arrivo a notte fonda e la cosa può risultare pericolosa. La soluzione è rappresentata dal cambio di rotta su Cefalonia, che accorcia la meta di una trentina di miglia e mi fornisce un angolo di navigazione che mi permette di tenere il mare sul mascone di sinistra, con la possibilità di navigare a maggior velocità. Entro nella profonda baia di Argostoli alle 19.30 che però, per effetto del fuso orario, diventano le 20.30; sono decisamente provato sia dalle 290 miglia, sia dai contrattempi della giornata... E stasera devo anche parlare in radio. Non so se è una mia prerogativa ma quando sono in cattive acque, il gioco di parole è venuto da solo, riesco a dare il meglio, ed il meglio viene fuori durante la meritatissima cena a base d'insalata greca e souvlaki. Alle 11.30 squilla il telefono satellitare e dopo un attimo sono in onda con Francesco Perilli che, ignaro di tutto, mi chiede notizie sul viaggio; alla domanda quali fatti sono accaduti in questi primi giorni di raid, sparo nell'etere una delle peggiori cazzate che mi siano mai venute in mente e che riporto a vostro uso e consumo: ricordate il ritrovamento del parabordo ed il pennarello? Ebbene questa è la storia che propino agli ascoltatori di RTL 102.5: "ero al traverso dell'isola di Vulcano quando noto qualcosa che galleggia in acqua e così mi avvicino per vedere cosa sia; immaginate il mio stupore nel constatare che si tratta di un naufrago; ma che dico un naufrago, "Il Naufrago"! A questo punto la curiosità del D.J. e degli ascoltatori sale alle stelle; io impassibile continuo: già nel momento che l'ho visto in acqua sembrava Lui, poi quando l'ho steso sul piano di coperta, non ho avuto più dubbi, era proprio Lui; un pò smagrito ed allungato ma era proprio Wilson! A questo punto per capire il tutto, bisogna aver visto il film Cast Away con Tom Hanks, nella cui storia di naufrago solitario s'inserisce un ipotetico compagno costituito da un pallone da volley di marca Wilson, che diventa l'inseparabile compagno di sventura, sino a quando il povero Wilson si perde in mare, poco prima del salvataggio finale del protagonista. Non ci crederete ma è stato un vero successo con tantissime E-mail e telefonate di ascoltatori che ridevano come matti; è proprio vero, alle volte per fare audience basta dire una cazzata! Negli appuntamenti radiofonici successivi ho dovuto addirittura promettere che avrei portato Wilson al Salone di Genova per farlo conoscere a tutti. Il pennarello cosa c'entra? Il pennarello mi è servito per disegnare il volto, anzi i volti di Wilson, uno allegro e l'altro triste, in modo che rotolando a bordo, potesse "illuminarmi" sul da farsi. 

4° tappa: questa mattina ho dormito sino alle otto, tanto devo ancora fare carburante e andare in visita al monumento che ricorda i caduti della Divisione Acqui, compito affidatomi dall'Amministrazione Comunale della mia città, Acqui Terme, che è stata compartecipe assieme al Comune di Argostoli nella posa del monumento. Mi siedo a poppa per le abluzioni mattutine e, mentre sono intento a radermi, vedo sbucare da sotto la poppa del gommone una grossa tartaruga che nuota lentamente contro il lungo molo d'ormeggio; in un attimo ho la telecamera in mano per riprendere la grande signora con il guscio, che osserva interessata i molluschi attaccati al molo. La scena dura qualche minuto poi la tartaruga si sposta al largo ed io ritorno verso il gommone, con i passanti che mi guardano in modo strano; e ci credo che mi guardano straniti, ho ancora mezza faccia coperta dal sapone da barba e per la gente che non ha visto la tartaruga..... Terminata la visita al monumento mi reco a fare carburante al distributore dalla famiglia Anastasiadis; sono 400 litri da portare e svuotare a mezzo taniche; una vera faticaccia. Lascio Argostoli alle 15 ed in quattro ore di mare forza olio arrivo davanti ai faraglioni che fungono da guardiani all'ingresso della splendida baia di Pilos; questa località l'ho scoperta grazie agli amici del Tecnomare di Palermo che sono passati qui lo scorso anno. E' tardi ma il benzinaio c'è ancora e possiede anche una piccola cisterna con la quale faccio il pieno senza fatica.

5° tappa: alle 7.00 ho già le "macchine" in moto e, visto che l'ufficio del porto è ancora chiuso, me ne vado alla chetichella evitando burocrazia e spese. Nella calma dell'alba la rada è ancora più bella ed è un vero peccato non potersi fermare qualche giorno; come sempre penso che ci devo tornare. La rotta è 090° proprio sul sorgere del sole; il mare è buono ed il gommone scivola dolce sulle onde, che cosa si può desiderare di più? Nulla, questa rosea situazione, infatti, non dura per molto tempo; il vento inizia a farsi sentire ed il cielo si riempie di nere nubi che non lasciano presagire nulla di buono; verso le 10 si scatena un forte temporale che però non dura più di mezz'ora, poi il sole ritorna a fare capolino e si va avanti così sino al primo pomeriggio, quando inizio a vedere terra. Non sono mai stato a Creta e non ho ancora deciso dove mi fermerò per la notte. Mi metto a lavorare sul Tracker e a forza di colpi di zoom dalla C-Map salta fuori un imponente promontorio seguito da una profondissima baia; la località si chiama Suda e sembra perfetta per la sosta notturna. Dopo una breve sosta in una splendida caletta nella quale trovo anche un piccolo gruppo di capre e capretti che discutono animatamente con uno stuolo di gabbiani, inizio l'aggiramento del promontorio che mi porterà alla meta odierna. L'ingresso della profondissima baia offre un colpo d'occhio eccezionale, e già mi frego le mani per la fortuna di aver trovato un luogo così tranquillo. Tranquillo certamente lo sarà, il problema è che il luogo è sede di una gigantesca base navale militare; non ho ancora avuto il tempo di pensare al da farsi che dal mio lato di dritta partono due barchini per intercettarmi; non so cosa avreste fatto voi in un caso come questo, io ho tirato una virata mortale a 180° poi ho affondato le manette e sono uscito dalla rada come un missile. Dopo aver scapolato Capo Drapanon e aver controllato che nessuno mi stava dietro, ho ridotto l'andatura e ho fatto rotta su Iraklion, capoluogo dell'isola. Il Marina di Iraklion è piccolo ma ordinato, il problema è che alle 19 l'ufficio è chiuso e non so dove ormeggiare; molto gentilmente mi viene in aiuto Elias, il giovane istruttore del club di vela, che mi offre di ormeggiare accanto alla barca dei sub.

6° tappa: la mattina inizia benissimo con un ottimo tea consumato al bar del Marina poi, però, la giornata prende una piega assai diversa; per cominciare l'ufficio portuale apre soltanto alle nove e devo quindi aspettare un'ora per espletare le formalità. Puntuale mi presento davanti ai due funzionari, un uomo e una donna che, appena avuti in mano i documenti iniziano subito a cercar grane: perchè il gommone non ha il nome e i numeri di matricola? Risposta: perchè in Italia le imbarcazioni al di sotto dei 7.5 metri sono considerate "Natanti" e non v'è obbligo d'immatricolazione! Veramente non è proprio così, i natanti, infatti, non "potrebbero" oltrepassare le 12 miglia ma questo loro non lo sanno e non lo devono sapere. Dopo una mezz'ora la donna è ormai convinta ma l'uomo non molla; telefona in continuazione a destra e a manca ma nessuno è in grado di illuminarlo. Tento allora con la rivista che riporta il raid del Giubileo ma non ottengo risultati apprezzabili; la situazione è ferma da quasi due ore quando arriva Giovanni, un farmacista che ha compiuto gli studi in Italia e che è stato felice possessore di un Raider 4.65 della Nuova Jolly. La sua testimonianza risulta decisiva e con un modulo dove dovrò annotare tutti i miei movimenti, cosa che non farò mai, e 44 € tutto finisce a tarallucci e vino. L'incontro con Giovanni mi schiude orizzonti impensabili poiché lui è membro del Club del Gommone di Creta e mi mette subito in contatto con Antonio Makridakis, presidente del club, personaggio simpaticissimo e parlante un ottimo italiano; i personaggi si dimostrano informatissimi sui battelli di produzione nostrana, d'altronde non potrebbe essere diversamente visto che sono tutti abbonati a Il Gommone. Uno dei soci mi offre l'occasione di provare il Minoan Dolfin, un nuovo gommone semicabinato di 7 metri motorizzato con unMercury Optimax da 225 hp, che sulle onde fa davvero faville. Con l'aiuto di Elias riesco a procurarmi i 400 litri di verde per fare il pieno e, dopo aver salutato e dato appuntamento a tutti per il Salone di Genova, parto per Ierapetra; sono poco più di 100 miglia senza storia, se non quella dell'involontaria cattura di cinque pesci volanti. 

7° tappa: ho messo la sveglia alle 4.00 e venti minuti dopo sono pronto a partire; ieri ho reintegrato il carburante consumato e adesso posso vantare una riserva di oltre 700 litri che mi dovrebbero consentire ben più delle 390 miglia che devo percorrere. Ho acceso le luci di via ma quella rossa non funziona; guardando con maggior attenzione mi rendo conto che è stata montata con il vetro al contrario; mi viene da sorridere ripensando all'agitazione degli ultimi giorni; si vede che eravamo proprio cotti. Il mare è discreto ed il gommone così carico di carburante passa le piccole onde come un coltello nel burro; ogni tanto mi volto indietro per controllare che i motori zampillino a dovere e nello stesso tempo, tiro un'occhiata a quello che combina Wilson; è steso in coperta e mi mostra la sua faccia sorridente, tutto bene allora. La bussola Suunto continua ad indicare 120° ormai da più di sei ore, quando si alza un poco di vento da NW; poco male visto che alza un filo di mare sul giardinetto di sinistra che non mi da assolutamente fastidio. A mezzogiorno il caldo comincia a farsi sentire con decisione e mi rendo conto che una delle problematiche del partire in stagione così avanzata è data proprio dal caldo che devo sopportare a queste latitudini; a differenza dell'Atlantico, dove appena ti muovi devi mettere il giubbotto, nel basso Mediterraneo il caldo diventa opprimente, specialmente con questa prua che toglie completamente il vento diretto. Alle 14.00 fermata tecnica per bisogni corporali, fame e travaso delle taniche nel serbatoio ausiliario; ho perso circa mezz'ora, credo sia un record. A questo punto le miglia percorse sono 240, questo significa che ne mancano "soltanto" 150 a Porto Said; non succede più nulla degno di annotazione sino alle 20.30 quando quell'ombra che intravedo all'orizzonte diventa sempre più nitida e mi mostra la meta che raggiungo quasi un'ora dopo proprio mentre il sole cade dietro l'orizzonte. Ho aggirato la lingua di terra che serve a proteggere il canale dagli insabbiamenti e, aiutato dalle luci che delimitano il canale, sono ormai in porto. I problemi però cominciano adesso: alla vista del King, i quattro gendarmi di guardia al molo cominciano ad agitarsi e a farmi segno di andare verso di loro; non avrei certo fatto altro. Sono stranamente calmo, sarà colpa della stanchezza, perciò ormeggio senza curarmi dei fucili con baionetta maneggiati dai miei sorveglianti. A questo punto la cosa si complica poichè i miei interlocutori parlano soltanto in egiziano; cosa fare? Il Gommone, ecco la soluzione. Tiro fuori la rivista e mostro l'articolo che riguarda il raid delle Azzorre; è un toccasana, appena mettono a fuoco la mia figura sulle pagine del giornale il gioco è fatto. Due rimangono di guardia mentre gli altri, armati di giornale vanno a cercare non so chi, per sbrogliare la matassa. Per farla breve tornano in sei di cui uno parla l'inglese quasi come me, quindi male. E' l'inizio di una serie di controlli a tappeto sul gommone che, ad eccezione degli scarponi, sono eseguiti in modo civile e senza fanatismi; l'intera operazione dura sino alle 23 poi tutto sembra essere finalmente a posto. Di uscire dal porto non se ne parla nemmeno, quindi, mi arrangio con formaggio, crackers e le pesche comprate ad Iraklion; è mezzanotte, sono a due passi da canale e ho due militari che mi fanno da guardiani, meglio di così!

8° tappa: le miglia e gli avvenimenti del giorno precedente mi hanno sfiancato e così mi sveglio soltanto alle otto; metto la testa fuori della cabina e vedo che i guardiani sono cambiati; sotto il loro sguardo incuriosito mi lavo faccia e denti con la doccetta di poppa; chissà cosa staranno pensando? Mezz'ora più tardi arriva l'ufficiale parlante inglese che mi accompagna dall'ufficiale in comando; quest'ultimo parla l'inglese ancora peggio del suo subalterno quindi potete immaginarvi che tipo di conversazione ne scaturisce. La buona volontà di tutti però prende il sopravvento ed alla fine riesco a spiegare quello che intendo fare, entrare nel canale, ed il perchè. Mi è concesso un lasciapassare per recarmi all'agenzia che cura i passaggi nel canale per le piccole imbarcazioni e così, tutto soddisfatto, vado a prenotare l'ultima tappa del viaggio d'andata e la prima di ritorno. La gestione del canale è demandata alla società Leth Suez Transit Ltd che ha sede ad Oslo in Norvegia; qualcosa di più vicino no eh! Il passaggio delle piccole imbarcazioni è demandato ad agenzie locali che forniscono anche il "Pilota". Avendo tempo e conoscendo le persone giuste probabilmente era possibile risparmiare sul costo del passaggio, ma io non conosco nessuno e di tempo ne ho davvero poco; il costo andata/ritorno è di ben € 960,00 e non posso permettermi nemmeno di fiatare, la cosa più importante è che questa sera a mezzanotte entrerò nel canale con il primo convoglio e domani sarò a Suez! Con il pass esco dal porto e con un taxi vado al distributore per vedere di fare un pò di benzina; non è difficile, basta tirar fuori qualche Pound (Lira Egiziana) e la questione si risolve rapidamente. Torno indietro, prendo taniche e Hulk e con due viaggi sino a Suez ci dovrei arrivare. 

9° tappa: alle 23 sale a bordo "Il Pilota", un egiziano di una quarantina d'anni di nome Ashrab; poco dopo arrivano quattro gendarmi, di cui due salgono a bordo in veste di scorta, e così l'equipaggio è al completo. Il pilota è d'obbligo e i militari sono a bordo per la mia sicurezza! Seguendo le indicazioni di Ashrab mi stacco dal molo e aggiro a ritroso la lingua di terra che ci separa dal canale; sono passate da poco le 24 quando la prua del King s'inserisce in uno dei due canali più importanti del mondo, l'altro è Panama. A questo punto provo una grossa delusione, ho fantasticato mille volte su questo momento immaginando un lungo budello tra pareti scoscese, enormi chiuse che si aprono e si chiudono. Niente di tutto questo, il canale passa tra due sponde bassissime, e l'unica variazione a questo deprimente panorama è data dall'infinito numero di lampioni posti sulla riva sinistra, che illuminano quasi a giorno il nostro passaggio. Bastava ragionarci sopra, siamo in zona desertica e le pareti scoscese dove potevano essere? Di chiuse nemmeno l'ombra e la sensazione è di trovarmi a navigare in una grande "roggia" della bassa padana; questo naturalmente con le dovute proporzioni. Dopo circa 30 miglia, nella zona di El Qantara il canale si sdoppia per una lunghezza di circa sei miglia per favorire il passaggio nel senso inverso; un paio d'ore dopo passiamo Ismailia, la navigazione procede sempre lentamente sino a che il canale s'immette nel Gran Lago Amaro; pochissime miglia e rientriamo nel canale per l'ultimo tratto del percorso; sono le 15 quando sfiliamo Suez ma ci vuole ancora un'ora di lenta navigazione per aggirare l'uscita del canale ed entrare in porto. La meta è finalmente raggiunta, adesso vediamo cosa succede; ormeggiato il gommone sotto l'edificio della dogana e accompagnato da Ashrab, vado ad espletare le solite noiosissime formalità d'arrivo. L'aiuto del pilota si rivela prezioso e l'iter burocratico si svolge in modo rapido e soddisfacente; il gommone resterà ben sorvegliato nel porto mentre io, per la mia sicurezza, dovrò passare la notte in albergo. Sotto lo sguardo non tanto vigile dei due gendarmi infilo pochissime cose personali nello zaino ed esco all'avventura. Di arrivare sino ad Hurgada ho già rinunciato da tempo perchè ci vogliono due giorni tra andata e ritorno e ho paura di dover rifare tutta la sequela di documenti per il ritorno a porto Said.

10° tappa: la testimonianza di quello che vedo nei due giorni scarsi della mia permanenza a Suez è descritta a parte, e così riparto dal passaggio a ritroso del canale: anche questa volta parto con il primo convoglio ma l'orario di partenza è alle 06.00; meglio così, magari si può vedere qualcosa di più. Per la verità non c'è molto da descrivere se non la vista di un'enorme draga di color blu, ormeggiata a lato del canale e che penso serva a portar via la sabbia, continuamente smossa dalle grandi eliche delle navi in transito. Il ritorno dura poco più di 12 ore poiché le due piccole navi che ci precedono viaggiano a poco meno di otto nodi e alle 17 sono esattamente dove mi trovavo due giorni prima. Il problema più urgente è il rifornimento ma, forte dell'esperienza precedente, in due ore di viaggi e travasi riesco a caricare qualcosa come 780 litri; ho riempito anche sei taniche da olio vuote che ho fregato al distributore. Perchè così tanto carburante quando la tappa sino a Karpathos è meno lunga di quella che ho percorso all'andata? Forse mi sono dimenticato di dirlo prima ma in Egitto la benzina costa 1 Pound, qualcosa meno di 500 delle nostre vecchie lire. 

11° tappa: sono le 05.00 esco dal bacino portuale e affondo le manette sino a 5.000 giri, che corrispondono a 25 nodi; dopo le tante ore navigate a bassa velocità, un pò di manetta è proprio quello che ci vuole per sgranchire i Suzuki. La Suunto è su 310° e la striscia che appare sul Tracker è perfettamente coincidente a quella tracciata dal tasto Go To; mentre l'acqua scorre veloce sotto al King, ripenso all'avventura appena vissuta e sorrido al ricordo dell'espressione di gratitudine di Ashrab, quando gli ho donato due magliette della Sea Adventure, accompagnate naturalmente da una cospicua mancia; il risultato è che adesso ho un amico anche in terra egiziana. Il mare è buono, tutto funziona alla perfezione e così inizia la fase di rilassamento; questo stato di cose agevola l'affioramento della stanchezza che comincia a farsi pesantemente sentire e l'unico rimedio che posso opporre consiste nello sforzarmi di pensare al futuro, a nuovi viaggi, a nuove imprese. Nel primo pomeriggio il mare si alza sulla prua del gommone e mi costringe a ridurre l'andatura a 20 nodi; niente turba il sibilo dei due Suzuki che si stanno rivelando straordinariamente affidabili e silenziosi, nonostante le spie rosse continuino imperterrite a lampeggiare. Lentamente il mare si calma nuovamente e alle 21.00, dopo 16 ore di navigazione ininterrotta, entro nel porto di Karpathos. 

12° tappa: ieri ho consumato circa 550 litri e me ne restano oltre 200; la tappa di oggi è l'isola di Milos che dista 175 miglia da Karpathos; per essere tranquillo mi occorrono almeno 100 litri, meglio se 200; per fortuna il rifornimento mi viene portato direttamente sul molo tramite sei taniche da 30 litri; ho ormai acquisito una notevole abilità nel travaso con la gomma, tanto che non devo nemmeno più salire a bordo per "tirare" quando cambio la tanica. Appena fuori dal riparo del porto mi rendo conto che nell'aria c'è qualcosa di anormale; non c'è vento, niente Meltemi! Possibile? Sì, questa annata così anomala dal punto di vista meteorologico, si è portata via anche il Meltemi; non che sia dispiaciuto, anzi, ho ancora nella mente il ricordo di mare preso nelle Cicladi nell'anno 2000; il vento di oggi è un flebile scirocco che non è certo in grado d'impensierire il King, perciò motori a 4.800 e via verso Santorini. Tre ore dopo attraverso la grande spaccatura di Santorini e faccio un paio di soste per riprendere quest'autentica meraviglia della natura; di leggende su quest'isola dilaniata dalle eruzioni del suo vulcano ne esistono molte, una delle più fantasiose la candida addirittura quale unica parte restante del leggendario continente di Atlantide. Leggende o no, dal punto di vista morfologico, Santorini si presenta con uno spettacolo davvero unico, con gli enormi e ripidi massi rocciosi, abbelliti dalle case bianchissime, nel più puro stile cicladico. La meta di oggi però non è Santorini, quindi, proseguo sull'asse Folegandros/Milos. Non sono mai stato a Milos, però i contorni disegnati dalla C-Map mi stimolano parecchio e, quando imbocco la grande insenatura che porta al capoluogo dell'isola, lo spettacolo che mi si para innanzi è davvero superbo. Cerco con calma un posto per l'ormeggio e lo trovo in fondo al molo centrale, proprio davanti a bar e ristoranti; una vera meraviglia. Naturalmente non esiste il corpo morto, ma dare un'ancora di poppa in un posto così tranquillo, è proprio uno scherzo da ragazzi e così approfitto subito per dare un saggio di buona marineria. Scendo a terra e mi accorgo che c'è un buon afflusso di turisti, molti dei quali sono italiani; la curiosità che scatena il binomio King/Suzuki, vuoi per la cabina prodiera, vuoi per le tante scritte pubblicitarie, non viene meno neanche a Milos, anzi, visto che in porto ci sono parecchi gommoni, molti dei quali muniti di tende per il campeggio nautico, vengo sottoposto ad un fuoco di fila di domande da parte degli appassionati greci. Uno in particolare si dimostra un vero intenditore, è un ingegnere civile che svolge la sua attività ad Atene ma che appena possibile torna alle proprie origini; Antonio Malouchos mi racconta che un amico di Milos si è autocostruito un gommone tutto d'acciaio inox; ma allora i "fuori di testa"da gommone non ci sono soltanto da noi! Prima di cena facciamo un salto a vedere l'opera e... Signori giù il cappello: il tipo non soltanto si è costruito scafo e tubolari, ma ha "creato" in casa l'intero sistema di trasmissione a jet, turbina compresa. L'unico componente acquistato è il motore, un vecchio VM turbodiesel, prelevato da una Alfetta in demolizione. Tutto questo ha comportato un intero anno di lavoro; davvero pazzesco. La cena si consuma nell'antica e bellissima casa del nuovo amico Antonio, tra formaggi e vino, poi di corsa verso il gommone perchè, alle 23.30 ora locale, ho un altro collegamento con radio RTL 102.5, questa volta con Federico l'Olandese Volante, famoso vascello pirata... 

12° tappa: grazie all'efficienza di Nicholas, che possiede un camioncino dotato di cisterna e pompa completa di filtro decantatore, fare il pieno non è assolutamente un problema e così alle 08.30 salpo l'ancora e parto alla volta di Atene, che dista poco più di 90 miglia. Il vento stamattina c'è, e anche bello teso; quando arrivo all'uscita del golfo mi è facile capire che oggi sarà lotta dura; le onde sono quelle che hanno reso famoso il mare delle Cicladi e arrivano proprio in piena prua. Manette indietro, prima a 4.200, poi a 4.000 giri, infine a 3.800 con una velocità di 14/15 nodi; più di così non mi riesce proprio di andare; quella che consideravo una tappa di tutto riposo, diventa una tortura che dura quasi sette ore. Nonostante la visita gioiosa di tre branchi di delfini, la giornata è alquanto deprimente e, quando all'orizzonte compaiono i contorni di Capo Sunion, provo un senso di liberazione; tra non molto sarò al sicuro nel porto di Kalamaki e poi si vedrà. Poco dopo il mio ingresso in porto arriva Yanis Flokis, importatore della Nuova Jolly per il territorio greco; non ci siamo mai incontrati prima, ma la simpatia arriva subito reciproca; grazie a lui le formalità portuali vengono sbrigate in un attimo; poco tempo più tardi arriva il giornalista Babis Kostantatos della rivista nautica Thalassa per una breve intervista e qualche foto, poi uno scambio di opinioni tra colleghi, visto che anche lui è un temerario avventuriero del mare. Il tempo passa in fretta ed in un attimo è buio. La serata prevede la cena con Yanis, che puntuale passa a prendermi al porto; durante il tragitto in auto sul lungomare di Atene, ogni ristorante particolarmente sfarzoso o ricco di luci viene inesorabilmente bollato dal mio compagno con la frase "buono per turisti". Ci fermiamo in una piccola insenatura ricca di fascino che ricorda un pò Nervi (GE), e ci sediamo sotto al pergolato di una trattoria, che già alla prima occhiata sembra di ottimo livello; mi spiace per chi è a dieta ma il menù di Kalivas, mi sono fatto tradurre il nome e indirizzo, è da raccontare: antipasto composto da "fasolare" freschissime, tanto che si ritraggono quando vengono spruzzate con il limone; polpo seccato al sole e condito soltanto con aceto e origano (variante Yanis, assolutamente da provare); poi il mio ospite mi accompagna a scegliere il pesce, che sarà uno stupendo sarago di 6/7 etti, cucinato in modo semplicissimo e cotto in modo assolutamente perfetto; una bottiglia di bianco da favola, poi un piccolo assaggio di dolci locali. A tutto questo ben di Dio bisogna aggiungere la meravigliosa compagnia di Yanis, uno di quei personaggi che ti mettono veramente in pace con la vita. L'indomani è anch'esso ricco di sorprese: la mattina incontro l'inviato de Il Gommone greco, ovvero "Fouskotò", o così almeno viene pronunciato; l'esperto esegue una prova completa del King Cabin, della quale resta piuttosto soddisfatto; terminata l'operazione ci salutiamo con la promessa di sentirci a Genova. A questo punto posso finalmente dedicarmi al segretario del Club del Gommone della Grecia, al secolo Sotiris (Salvatore) Tsambiras, che avevo già sentito telefonicamente. Il mio interlocutore parla benissimo la nostra lingua poiché la sua signora è napoletana per cui non posso permettermi di rifiutare il suo invito a pranzo. Non voglio più farvi del male, perciò non vi elencherò quello che ho mangiato; posso soltanto dirvi che la signora Tsambiras parla un magnifico dialetto di Napoli, al pari della mamma che è tornata pochi giorni fa dalla città partenopea carica di cibarie "Original", e che anche le due giovani figlie se la cavano benissimo sia con la nostra lingua, che in cucina. 

13° tappa: partenza alle 08.00, con tutti questi "impegni" non ho potuto fare carburante, ma lo troverò certamente a Nafpaktos; mentre sono al traverso della penisola di Salamina vedo il solito sottomarino; dico il solito perchè gl'incontri con i sommergibili sono ormai diventati una consuetudine; mi fermo un attimo per scattare una foto, poi riprendo l'attraversamento dell'ampio golfo di Saronikos. C'è un poco d'onda sulla prua del King che ogni tanto accenna a sbattere, meglio quindi ridurre un pò la velocità; manca qualche minuto alle 10.00 quando, con un'elegante manovra, m'infilo tra due grosse barche a vela attaccate al molo della torre di controllo del canale. Ormai sono un veterano di Korinto e conosco a menadito tutta la procedura per il pagamento del ticket; qualcosa però è cambiato: nel 2000 avevo speso circa 70.000 lire, adesso il costo è passato a € 71,00; alla faccia dell'Euro. Si passa alle 11.00 e così cerco di scattare qualche foto a quelli che escono dal canale, manovra che però mi costa il primo posto in partenza; pazienza, navigherò a bassa velocità dietro alle barche più grandi. Anche se non paragonabile con quello d'Egitto, il caldo è comunque terribile, e all'interno del canale la calura si fa sentire in modo insopportabile; a proposito di canali, questo sì che è degno di questo nome; strettissimo, con pareti alte sino a 140 metri e un'acqua color turchese; da sogno. Navigando nel lungo budello che porta a Patrasso, qualcosa che galleggia attira la mia attenzione; che sia un altro naufrago? Automaticamente guardo Wilson ma lui non fa una piega; purtroppo è un piccolo di delfino che, chissà in quale modo, ha trovato la morte. Con l'animo rattristato riprendo a navigare verso Nafpaktos dove intendo fare rifornimento; si vede che non è proprio giornata perchè, dopo la triste visione del delfino, trovo tutti e tre i distributori stradali chiusi; d'accordo che è Domenica, ma almeno uno di turno lo potevano lasciare! Devo per forza andare a Patrasso, dove arrivo dopo aver attraversato la strettoia omonima. Il carburante c'è, ma soltanto dopo le 19.00, quindi addio sogni di arrivare a Cefalonia.

14° tappa: stamattina ho dormito sino alle 08.30, tanto la meta odierna è a sole 80 miglia; prima di partire provvedo ad una veloce riparazione della serratura della cabina e alla sostituzione dei filtri del carburante; esco dal porto, il mare è di quelli giusti per volare sulle onde e non c'è proprio nient'altro da segnalare. L'arrivo ad Argostoli avviene sotto un sole accecante, e con questo caldo solo il pensiero di reintegrare il carburante consumato mi fa star male. Per fortuna a Patrasso mi hanno portato la benzina con il camioncino e, anche se il prezzo era notevolmente più salato, la cosa mi ha fatto ugualmente piacere. Ormeggio nel luogo più vicino alla pompa e vado a farmi i 150 litri che rappresentano la riserva per la lunga traversata di domani sino a Reggio; come metto la testa all'interno del chiosco, sono festosamente accolto dai saluti di mezza famiglia Anastasiadis; insieme a Thassos e famiglia c'è anche un ospite che è subito informato della mia impresa e che commenta la cosa con un "ma che razza di gommone hai?" Gli rispondo che può vederlo da solo, visto che è ormeggiato a pochi metri; decisamente incuriosito, Pietro, questo il suo nome, viene a vedere il King, aiutandomi nel contempo a traportare un paio di taniche. Mentre gamaliamo (il verbo deriva dal dialetto genovese "gamalo du portu" (facchino del porto), Pietro mi dice che vive a Carrara e che è imbarcato su un Akir; dopo aver esaminato il gommone in ogni sua parte se ne va invitandomi ad ormeggiare davanti alla sua imbarcazione in modo da poter bere qualcosa insieme. Mentre travaso gli ultimi litri mi sforzo di pensare al nome Akir che mi pare sia una linea d'imbarcazioni prodotte dai Cantieri di Pisa; ho proprio visto giusto e il Monticello, questo il nome dello yacht, è proprio un Akir 25 S dei cantieri di Pisa. L'unica omonimia con la mia imbarcazione è data dal numero 25 che, nel mio caso riguarda la lunghezza espressa in feet (piedi), mentre nell'altro è data dalla lunghezza in metri! La differenza è facilmente visibile anche ad un cieco. Scherzi a parte, la barca è magnifica e già nel salire a bordo si prova una sensazione di grandiosità e lusso difficile da esprimere; il Pietro, in arte il comandante Bernabè, si rivela subito un personaggio di notevole spessore umano e dotato d'immense capacità culinarie e marinare. Il perchè di una simile affermazione? Vedete voi: mentre ci facciamo un goccio di ottimo Vermentino ligure, arriva un ufficiale della Capitaneria di Porto che chiede a Pietro di modificare l'ormeggio, siamo messi al traverso, in modo da far posto alle barche che entreranno in porto tra poco; la stessa richiesta è fatta anche a me, ma alla mia risposta "sono quasi largo quanto sono lungo" il mio problema cade subito. Per fare la manovra in tranquillità occorrono due uomini a bordo ed uno a terra; "nessun problema" dice il Comandante mentre finisce di affettare le patate che andranno in forno assieme ad un magnifico arrosto di vitello piemontese, "cerchiamo un volontario a terra, e tutto è a posto" Prima s'inforna l'arrosto, poi s'infornano le patate, e appena dopo si esegue la manovra. E tutto avviene proprio così: i cibi cuociono tranquillamente, Pietro ai comandi, Carlo, il giovane marinaio, all'ancora, io alle cime di poppa e due volontari a terra che danno volta alle cime. In non più di cinque minuti, la prua del Monticello disegna un perfetto angolo di 90° rispetto al molo con la scaletta idraulica pigramente appoggiata in banchina. Le patatine sono deliziose quasi quanto l'arrosto, ed il tutto è magnificamente condito da una compagnia umana ricca di splendido humour. Il Comandante, Carlo, Sara, Sasha ed io ci troviamo a meraviglia e così passare le ore che da piccole diventano grandi... 

15° tappa: guardo l'orologio e sono le 06.00; di muovermi ho davvero poca voglia, gli strascichi della serata passata sull'Akir si fanno sentire ma se voglio tornare in Italia devo darmi da fare, così mezz'ora dopo ho già aggirato la punta del golfo di Argostoli. Il mare sembra abbia buone intenzioni, meno male perchè le miglia sono tante ed il fisico comincia a mostrare qualche crepa. Passano un paio d'ore e la situazione cambia; un bel vento teso da SW alza il mare proprio sulla prua del gommone, sempre lì, e dopo qualche salto fuori programma, mi decido a rallentare l'andatura. Più passa il tempo e più il mare peggiora, adesso le onde sono piuttosto imponenti e di conseguenza la velocità si riduce ancora sino ai 14/15 nodi. Le miglia sembrano non passare mai e la stanchezza fisica e psicologica aumenta a dismisura; ogni mezz'ora controllo velocità e miglia mancanti ma la distanza sembra non diminuire mai; vado avanti così sino alle 17.00 quando il vento inizia a spirare con minor intensità e le crestine bianche all'orizzonte sembrano calare un poco; è il primo segnale che le cose si mettono meglio, infatti, in un'ora la situazione cambia radicalmente ed il mare adesso è quasi calmo. Ci sono volute quasi quindici ore per arrivare a Reggio e, solo grazie ad un'ora di fuso da scalare, entro in porto che è ancora chiaro. Le banchine sono piene all'inverosimile ma la buona volontà degli ormeggiatori è tanta che riescono a trovarmi un posto per la notte. 

16° tappa: ieri sera mi sono addormentato alle 22.00 e stamattina mi sento fresco e riposato; passo a salutare l'amico Arturo che è già al lavoro, poi avvio i Suizuki e parto con destinazione isole Eolie. Il meteo che ho visto in tv durante la cena diceva che oggi in mare ci sarà il finimondo ma sino all'uscita dallo stretto le cose non sembrano così gravi; appena in vista del mare aperto la situazione cambia drasticamente e si presenta non propriamente rosea; Maestrale o Mistral come lo chiamano i francesi, questa volta è proprio lui, non ci sono dubbi. Chissà perchè le previsioni ci azzeccano sempre quando danno brutte notizie? Il problema peggiore è che il mare tira proprio di prua piena e non mi è possibile tenere un'andatura decente; le onde sono veramente altissime, come da anni non incontravo nel basso Tirreno e dopo una ventina di miglia di tortura mi rendo conto che devo rivedere i miei piani; volevo andare alle Eolie per poi puntare su Cagliari, ma un tempo del genere non cambia certamente in una giornata, specialmente se si tratta di Maestrale e di Sardegna, e il dover aspettare un paio di giorni per andare a Cagliari - ci sono più di 250 miglia dalle Eolie - non lo posso prendere neppure in considerazione, così cambio rotta e punto su Marina di Camerota, che mi sembra la meta massima per quest'infelice giornata. Il cambio di rotta offre il vantaggio di avere il mare al mascone e non più in piena prua, questo mi consente di aumentare un pò la velocità e, soprattutto, di prendere molte meno botte. Non vi tedierò con i miei guai, posso solo dire che per arrivare a Marina di Camerota devo battagliare per oltre 13 ore e che la tappa odierna rappresenta una delle navigazioni più impegnative che mi sia capitato di fare in Mediterraneo. L'ottima accoglienza da parte dei gestori del Marina Leone di Caprera - strano il nome- mi convince di aver fatto la scelta giusta; più tardi, dopo aver visto in TV che i traghetti per le isole sono stati sospesi, e tutti gli altri disastri combinati dal maltempo, mi sono convinto di aver avuto proprio un bel c..o. 

17° tappa: oggi è la diciassettesima e, dato che non sono assolutamente superstizioso, ho pensato ad una bella tappa breve breve, sino a Sperlonga; il mare non è più quello di ieri e le 120 miglia che mi separano da Angelo e Michele mi sembrano una passeggiata. Entrando a Gaeta per il rifornimento, a Sperlonga non c'è ancora il distributore, non posso fare a meno di immortalare le bellezze di questo magnifico borgo marinaro; mezz'ora dopo sono davanti alla bellissima rocca di Sperlonga che, a causa delle mareggiate di questi ultimi giorni, ha il canale d'ingresso del porto insabbiato. Per fortuna gli uomini del Marina stanno volenterosamente dragando il canale e una decina di minuti dopo, con i motori alzati al massimo, riesco a scivolare in porto. Quando mi trovo a passare nei paraggi, questa è una fermata tecnica cui non posso proprio sottrarmi; d'altronde, sarebbe un vero peccato rinunciare ad una serata con questi amici, che condividono con me sia la passione del gommone, sia la cultura della buona cucina. La serata passa tra "tagliata di vitella all'aceto balsamico, mozzarella di bufala di...e prosciutto crudo proveniente da ..." 

18° tappa: oggi è l'ultimo giorno di raid, proprio adesso che mi ero quasi abituato! Metto in moto i Suzuki, pensandoci bene è da parecchio che non li degno di un'occhiata, ma a loro sembra proprio che non gliene importi nulla. Con uno slalom degno del miglior Tomba, driblo una serie infinita di imbarcazioni ed esco dal porto; certo che i ragazzi del Marina sono davvero bravi, riescono a far stare un nugolo infinito di barche in un porto dove normalmente ce ne starebbero 70, il tutto rispettando le priorità di uscita mattutine; da applausi. La chiusura di questo Suez2002Raid dovrebbe avvenire a Latina ma oggi è il nove di Agosto e sono ormai tutti in ferie quindi, il raid terminerà in quel di Riva di Traiano, dove qualche amico dell'Athlantis c'è di sicuro. La giornata è piuttosto brutta, con grandi nubi nere e mare molto mosso; poco male poiché le miglia sono solo un centinaio e, con il ritmo tenuto sino ad oggi, non rappresentano certo un problema insormontabile. Dopo un'ora e mezza passo al traverso di Latina e da questo momento il raid è da considerarsi felicemente concluso anche se le miglia da percorrere per arrivare ai pontili dell'Assonautica di Savona sono ancora molte. Il mio arrivo a Riva di Traiano viene salutato da Piero, Pino, Marcello e Aurelio; grazie ai buoni uffici del comandante Amalfitano (Pino) presso il direttore del Marina, vengo gratificato di un ormeggio particolarmente comodo e, soprattutto, gratuito. La sera, mentre si festeggia insieme con una gran pizzata, non posso fare a meno di pensare a quanto sono fortunato ad avere tanti buoni amici in giro per i mari. A questo punto saremmo giunti alla fine ma, per dovere di cronaca, voglio raccontarvi lo strano episodio che mi è successo il giorno dopo: ritorniamo per un momento al pomeriggio precedente, quando ho parlato al telefono con Teo e tra complimenti e felicitazioni per la buona riuscita dell'impresa, mi sono lasciato scappare una battuta ironica sulla compagna di suo fratello Pino, ragazza deliziosa, ma con un micidiale pedigree di "portasfiga". Bene, l'indomani parto da Riva di Traiano sotto la costante minaccia del cielo e del mare, tanto è nero il primo, quanto è mosso il secondo; la situazione è comunque sotto controllo visto che prima di arrivare a Marina di Cecina, ci sono parecchi ridossi quali l'Argentario, Punta Ala, Piombino ecc. Tutto bene per circa un'ora, quando mi volto verso poppa per il consueto controllo del raffreddamento dei motori, e vedo il terminale del tubolare poppiero di sinistra completamente sgonfio; mi fermo subito per controllare se sia colpa della valvola che perde, ma non è così. Il pensiero vola subito a.... No! non può essere... ma, e se fosse davvero così..... 

"L'altro Egitto"

Un altro Egitto, un Egitto molto diverso da quello che si può vedere durante i viaggi organizzati per la visita alle Piramidi o ai tanti siti archeologici di cui è ricco questo grande Paese; questa, almeno, è l'impressione che ho riportato durante il breve lasso di tempo trascorso a Suez. Già all'uscita dal porto, la situazione si presenta in modo allarmante, con grandi barriere in metallo che ostruiscono il passo agli automezzi e alle persone, mentre una decina di militari armati sino ai denti verificano scrupolosamente persone e materiali in transito. Sono finalmente fuori e per prima cosa devo cercarmi un albergo; trovo un taxi e... prima sorpresa, qui quasi nessuno parla inglese! Questa è la prima grossa differenza che esiste tra una città come Suez e altre città quali Alessandria o Il Cairo dove, causa turismo, molti parlano inglese. Certamente non mi scompongo per queste banalità e tra gesti e parole arrivo all'hotel; naturalmente anche davanti all'albergo ci sono tre militari armati. Una doccia fredda e un pò d'aria condizionata mi rimettono a nuovo, così decido di uscire alla scoperta della città. La sventolata d'aria calda che mi arriva in faccia appena fuori dall'hotel, avrebbe fermato anche un elefante, ma io non voglio darmi per vinto e, visto che il tempo è davvero poco, devo sbrigarmi per vedere quanto più possibile. La prima cosa di cui mi accorgo subito è che gli tutti gli automobilisti praticano la libera caccia al pedone e che il clackson non è considerato un optional; quanto sopra è facilmente deducibile da un frastuono micidiale e dal fatto che se non presti tantissisimissima attenzione negli attraversamenti, ti asfaltano che è un piacere. In poco tempo mi rendo conto che la movimentazione cittadina è delegata ai Bus/Stop, ovvero a furgoncini a 7/9 posti che arrivano e vanno continuamente da e per ogni direzione; mi sembra di essere tornato a Grenada (Piccole Antille), anche là vigeva il sistema Bus/Stop ma i mezzi erano molto più puliti e sparavano a tutto volume il reggae di Bob Marley e Peter Tosh. A Suez, invece del reggae si sente in continuazione il lamento musicato dei Muezzin che dopo qualche ora comincia a pesare. Capita l'antifona, girare non rappresenta più nè un costo, nè un problema; la tariffa è di 0.5 Pound (Lira Egiziana) che corrisponde a poco più di 10 centesimi di €; l'unico fattore negativo è che gli autisti cercano di fregarti in continuazione, cambiando lo 0.5 con 5 Pound. La cifra è comunque bassa ma, farsi prendere per il fondelli non fa piacere a nessuno, quindi la risposta arriva con un colpo di "A soreteee", gergo partenopeo dal significato di: a tua sorella gli do i 5 Pound! di contro, pagando una cifra un poco superiore a quella ordinaria, è possibile dirottare il Bus e farsi portare dove si vuole, naturalmente accompagnati dagli altri viaggiatori che cercano subito di far valere le proprie ragioni. Interi quartieri fatiscenti e persone che dormono per terra in ogni luogo e ad ogni ora, sono la poco piacevole realtà di questa città che purtroppo non può offrire le Piramidi del Cairo o le spiagge di Alessandria, ma che "vede" il transito di gran parte delle merci e del petrolio che fanno girare il mondo.

I numeri del raid


Tempo di navigazione: 18 giorni

Distanza percorsa: 3.010 miglia

Navigazione effettiva: 182 ore

Velocità media: 16.5 nodi

Consumo totale: 5.400 litri

Consumo parziale: 29.67 litri/h

La velocità media di navigazione è stata penalizzata soprattutto nei due passaggi all'interno del canale dove la velocità di trasferimento è stata di 6 nodi; di contro, ne hanno tratto beneficio i consumi che dai 36 lt/h sono scesi a poco meno di 30 lt/h.

I protagositi del raid

Il gommone

Il King 750 Cabin utilizzato per il raid è il primo esemplare di gommone pontato prodotto dalla Nuova Jolly; la carena rispecchia fedelmente il modello "aperto" mentre la coperta presenta un'inedita cabina prodiera. Le parti in VTR si sono dimostrate particolarmente robuste tanto che, dopo oltre 3.000 miglia di navigazione con mari anche particolarmente duri, non ha palesato crepe o ragni sul gel coat; l'unica parte che ha richiesto un intervento di riparazione è stata la serratura della porta/cabina. La parte gommata realizzata con tessuto da1670 D.tex serie Orca della Pennel Industries non ha evidenziato alcun tipo di deterioramento o scoloritura, neppure dove sono stati applicati gli adesivi degli sponsor, e non c'è stato bisogno d'interventi di ripristino alla pressione dei tubolari per tutta la durata del raid. L'unica avaria, verificatasi peraltro a raid concluso, ha riguardato lo scollamento di una bandella trasversale che ha determinato un'apertura di circa 1 cm. nella giunzione del fondello di poppa. Notevole la capacità di stivaggio del gavone poppiero che, oltre al serbatoio supplementare del carburante da 200 lt. e a quello dell'acqua da 70, ha saputo contenere anche sei taniche da 30 lt, tutte le dotazioni di navigazione e l'intera ricambistica di rispetto. Molto confortevole la seduta di guida che si è dimostrata perfetta per ogni esigenza di guida, sia in piedi che appoggiati o seduti. Ottime le doti di navigazione di questo nuovo King che ha saputo tenere una media giornaliera superiore alle 160 miglia marine; è intuitivo che il modo di guidare un battello di queste dimensioni e peso, è un poco diverso da quello con cui si pilotano i gommoni di stazza inferiore, soprattutto in condizioni di mare molto formato. A questo proposito, non è certo consigliabile far saltare il gommone sulle onde facendo avanti e indietro con la manetta, ma bisogna cercare il giusto assetto con il trim e regolare la velocità in modo che il battello segua l'onda. La manovrabilità già ottima del King è messa ancor più in risalto dalla doppia motorizzazione, che gli consente di fare davvero di tutto. Ottimo il sistema autosvuotante statico, anche se sarebbe stato meglio che i due grossi ombrinali fossero collegati ad una canalina di scolo; l'impianto del carburante, comprensivo di due grossi filtri di decantazione, si è rivelata affidabile e comoda nello scambio dei serbatoi da utilizzare. Un poco risicati i due passaggi laterali verso prua - su queste dimensioni credo sia difficile far meglio, che sono però fruibili in totale sicurezza grazie ai pratici e ben posizionati tientibene in acciaio inox. Non mi sono servito del salpa ancore elettrico poichè su un gommone di questa misura lo ritengo un inutile ingombro; è talmente comodo filare e salpare l'ancora da centro battello che le mie due ancore le ho stivate nel gavone di poppa. Decisamente confortevole la cabina; ci ho dormito per tutta la durata del raid e poi per qualche giorno di vacanza con la famiglia; per due persone lo spazio risulta ottimale e, con un pò di spirito di sacrificio, si può convivere anche in tre.

I motori

Non è facile trovare gli aggettivi giusti per descrivere questi due autentici gioielli partoriti dalla Suzuki; in un mese hanno camminato per oltre 200 ore, coprendo più di 3.500 miglia, consumando davvero pochissimo e senza necessitare di alcun intervento di manutenzione o rabbocco d'olio; inoltre, sono stati in moto sino a 16 ore consecutive per diverse giornate senza mai palesare il minimo inconveniente. Silenziosissimi sino ai medi regimi, evidenziano un sibilo contenuto anche quando devono tirare fuori gli artigli; le eliche da 18" - cortissime - montate sul Cabin, ne hanno certamente penalizzato i consumi, tant'è che durante la navigazione con mare formato, quindi ad un regime di giri inferiore, hanno offerto un consumo minore di quello palesato durante la navigazione con mare buono. Alla fine del raid, l'interno dei motori presentava ancora la di polvere di vetroresina raccolta in cantiere durante i lavori di installazione, segno questo dell'ottima protezione all'acqua e all'umidità, offerta dalla chiusura della calandra. 

Il GPS

Contando il miniraid di Marsiglia, è la terza volta che utilizzo il Navman Tracker della Plastimo; al momento ha totalizzato oltre 6.000 miglia di navigazione, sempre installato all'aperto e sempre su imbarcazioni planati; credo che miglior collaudo di questo non si possa veramente fare. Ottima la visibilità dello schermo, che appare ben leggibile anche con luce riflessa, e notevole la velocità di acquisizione dei dati. Di uso intuitivo, possiede tutte le facoltà che si possono ricercare in un apparato di qualità; di grande praticità il tasto "Nascondi" che permette di ottenere uno schermo perfettamente libero da ogni tipo d'informazione superflua. 

Le carte elettroniche

La nuova carte elettroniche C-Map sono di facile lettura e dettagliatissime (anche troppo per i miei gusti); anche durante questa lunga navigazione non ho riscontrato alcun errore o mancanza di dati. L'unica problematica riscontrata è stata quella della non segnalazione della base militare all'interno del golfo di Suda, mancanza che però è evidente anche sulle carte nautiche tradizionali.

Gli strumenti

Tutti la strumentazione di bordo, ad eccezione dei contagiri e degli strumenti di angolazione dei trim, è di marcaUflex Trade; tutti gli strumenti hanno funzionato in modo ineccepibile, segnando correttamente i consumi, il voltaggio dell'impianto elettrico, la carica delle batterie ed i tempi di percorrenza. Di grande praticità e comodità lo strumento di sincronizzazione dei motori, che mi ha consentito di tenere in perfetta sincronia i due Suzuki, con estrema facilità.

Le batterie

Due i motori, due le batterie; da sempre sostenitori delle batterie a ricombinazione di gas, anche questa volta abbiamo montato due Maxxima 900 della Exide. Eccezionali le prestazioni elettriche, così come sono eccezionali le possibilità d'installazione, vista la possibilità di essere montate in qualsiasi posizione, anche capovolte. Di notevole praticità i doppi attacchi delle polarità, che ne consentono ogni tipo d'allacciamento. 

La timoneria

La timoneria idraulica Performax della Uflex s.r.l. (Gruppo Ultraflex) si è dimostrata affidabile e sicura; ha gestito i due Suzuki mantenendo sempre il giusto sforzo sul volante, non richiedendo rabbocchi o manutenzioni particolari; soltanto il primo giorno ha manifestato una piccola evaporazione d'olio dal tappo della pompa, problematica che non si è più presentata in seguito. Di notevole interesse il sistema di scorrimento del cilindro, che consente di sterzare i motori mantenendo perfettamente fermi i tubi dell'allacciamento idraulico della pompa. 

La bussola

La bussola utilizzata in questo Suez2002Raid è stata la Suunto G 116 FL/B importata dalla Uflex s.r.l.; questo modello presenta la lettura diretta della rosa, ideale per il montaggio in posizione elevata. La G 116 ha mostrato una buona facilità di lettura ed un ottimo smorzamento dell'equipaggio mobile. In navigazione mi sono sempre servito della bussola per il mantenimento della rotta, anche durante le traversate più lunghe e impegnative, e l'errore finale è risultato sempre al di sotto dei 5°. Buona l'illuminazione notturna. 

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